Governo

Giustizia, referendum il 22 e il 23 marzo È scontro, via ai ricorsi  

La decisione del Consiglio dei ministri M5S: date troppo vicine, hanno paura  

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Il governo ha deciso: il referendum sulla riforma costituzionale della giustizia si svolgerà domenica 22 e lunedì 23 marzo, insieme alle elezioni suppletive per sostituire i seggi uninominali in Veneto lasciati vacanti dai due deputati della Lega Alberto Stefani e Massimo Bitonci.

È stata dunque confermata l'intenzione anticipata dalla premier Giorgia Meloni venerdì scorso. Il voto fra poco più di due mesi consentirebbe di varare le norme attuative prima del nuovo Csm, ha chiarito la premier, e la scelta è stata presa dall'esecutivo senza timore dei ricorsi.

Il rischio

Un rischio che era stato segnalato nelle scorse settimane anche dal Quirinale. Ad ogni modo il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, a cui non compete una valutazione di costituzionalità sulla decisione del governo, firmerà il decreto per indire la consultazione come deciso dal Cdm.

Intanto l'opposizione affila le armi: «È evidente che il governo Meloni - sottolinea il M5S - ha paura che un periodo congruo di informazione per i cittadini chiamati al voto possa far crescere in modo esponenziale la consapevolezza che questa riforma costituzionale deve essere sonoramente bocciata, perché non c'entra nulla con l'ammodernamento della Giustizia».

Sulla stessa linea il Comitato società civile per il No che spiega come «il governo tema il successo delle firme» e per questo motivo vuole strozzare i tempi per il voto.

Ha invece già preannunciato ricorsi «imminenti» (al Tar, al Tribunale civile o alla Consulta, è ancora da valutare) il comitato di 15 cittadini che ha presentato un'altra proposta di referendum popolare sulla riforma e chiedeva di fissare la data «al termine dei tre mesi previsti per la raccolta firme», ora al 71% delle 500mila sottoscrizioni richieste entro la fine di gennaio.

La lettera

Con una lettera «informeremo il presidente della Repubblica Mattarella e i comitati promotori parlamentari delle nostre iniziative a tutela della legalità repubblicana in tutte le sedi giudiziarie che la Costituzione prevede», annuncia il portavoce del comitato, Carlo Guglielmi, secondo cui «il governo ha deciso di ignorare la Costituzione e la prassi applicativa che ne è conseguita da decenni, giungendo a sfottere con un suo ministro gli oltre 350mila cittadini che in pochi giorni hanno firmato».

Un riferimento alla battuta con cui Tommaso Foti, dopo aver espresso scetticismo sulla validità del ricorso, a chi gli domandava cosa succederebbe se fosse accolto ha risposto: «Se mio nonno fosse un treno...».

Altre fonti di governo definiscono un eventuale ricorso «strampalato e illegittimo a detta di tutti i giuristi». Anche se ne dovesse arrivare uno, il governo deve rispettare la legge, è in sintesi quanto spiegato dal sottosegretario Alfredo Mantovano in Cdm, perché la data andava decisa entro il 17 gennaio. La norma evocata è l'articolo 15 della legge 352 del 1970, secondo cui il referendum va indetto entro 60 giorni dalla comunicazione dell'ordinanza dell'Ufficio centrale per il referendum, della Corte di cassazione, che ha ammesso le richieste referendarie (18 novembre).

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