intervista

«Dalla vittoria del No un duro colpo per Meloni» 

Conte: salario minimo garantito e riduzione dell’orario di lavoro nel programma del Campo largo 

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Si vota tra sei giorni, ma Giuseppe Conte guarda già oltre il referendum. Gli ultimi giri frenetici in vista del referendum sulla giustizia portano oggi il leader del M5S a Sassari (alle 11 il dibattito nell’aula magna dell’Università): di ora in ora però cresce la sensazione che lui e tutto il Campo largo vedano nella consultazione l’occasione per fare il primo sgambetto al centrodestra. «Se vince il No, Giorgia Meloni non lascerà Palazzo Chigi», premette Conte quasi a scopo scaramantico: ma, ammette, «sarà un colpo durissimo».

Insomma, cosa sarà davvero in gioco nel voto del 22 marzo? Il futuro della giustizia o quello del governo?

«Al referendum dobbiamo scegliere il tipo di Paese nel quale vogliamo vivere. La riforma è chiaramente preordinata a stravolgere l’attuale assetto democratico dei poteri che i nostri Costituenti avevano previsto in perfetto equilibrio tra di loro. L’attuale governo rivendica un predominio per sé sulla magistratura. Se passerà la riforma perseguiranno, anche attraverso le norme attuative, un disegno che mira a tutelare i politici al governo e la cerchia di potenti che gli ruota intorno. Tanti cittadini lo hanno capito, la premier Meloni è andata nel panico ed è arrivata a fare terrorismo psicologico, spargendo menzogne come quella secondo cui con la vittoria del No finiremmo in balia di stupratori, pedofili e spacciatori in libertà. Il paradosso è che è stato proprio questo governo a fare una norma che fa scappare i criminali, avvertendoli preventivamente dell'arresto».

Quali sono i rischi, secondo lei, in caso di vittoria del Sì?

«Non vedo solo rischi ma una certezza: andremo verso un modello in cui chi comanda si mette al riparo dalle indagini e può indirizzarle verso la parte debole della popolazione. Il governo vuole imporre nella Costituzione un sistema in cui i magistrati diventano meri esecutori, burocrati allineati alla maggioranza del momento. Non solo il testo di riforma, ma anche la postura tenuta dal governo fin dal primo giorno parlano chiaro: è una rivalsa di chi non ha mai tollerato che la magistratura imponga il controllo di legalità e il rispetto della legge a tutti, senza distinzioni tra cittadini influenti e persone comuni».

La riforma non prevede il controllo politico dei pm. Perché ritiene che la separazione delle carriere conduca a questo risultato?

«È un processo in due fasi. La separazione delle carriere è il dito, mentre la luna è la spaccatura in tre pezzi dell'attuale Csm, l'organo che garantisce autonomia e indipendenza della magistratura, e il cambio di equilibrio tra la componente politica e quella che rappresenta la magistratura. I laici, cioè i componenti mandatari della politica, saranno scelti in modo mirato dal Parlamento e probabilmente dalla sola maggioranza: il governo ha respinto il nostro emendamento che garantiva scelte di larghe intese. Al contrario, i magistrati dentro i tre organi saranno scelti in modo casuale, con un sorteggio integrale, come fosse una lotteria».

Perché questo è un male?

«È chiaro che così il governo disarticola e indebolisce la magistratura e allunga su di essa le mani della politica. Inoltre l'Alta Corte disciplinare è concepita per fare da mordacchia intimidatoria nei confronti dei magistrati. La seconda fase poi saranno le successive leggi che gli esponenti del governo hanno in varie occasioni rivelato di voler approvare, mirate a condizionare i poteri e le facoltà dei pm per proteggere la casta al governo».

Da avvocato, non ha mai pensato che la vicinanza tra pm e giudici comprometta la terzietà di chi decide?

«Le rispondo con le parole di un altro avvocato, il principe dei penalisti italiani, Franco Coppi, contrario a questa riforma: ha più volte detto di non aver mai avuto l'impressione di aver perso una causa perché il giudice si è appiattito sulle posizioni del pm, ha semplicemente incontrato magistrati più o meno bravi. Inoltre i dati sui procedimenti giudiziari smentiscono la presunta assenza di terzietà del giudice. Gli interventi necessari nella giustizia sono quelli su investimenti, assunzioni, digitalizzazione e formazione del personale. E nella riforma non c’è nulla di tutto ciò».

Una vittoria del No rafforzerebbe l’opposizione?

«Noi dobbiamo anzitutto evitare che vada in porto il loro disegno di stravolgimento della giustizia, poi non c’è dubbio che ci sia anche un forte risvolto politico: se vince il No la Meloni non lascerà Chigi, ma in caso di bocciatura dell’unica riforma dopo quattro anni di governo, sarà un colpo durissimo per la sua forza e credibilità, già ampiamente minate dalle mille piroette e promesse tradite. Non potranno vantarsi neppure della stabilità, perché non sarà servita a nulla se non a peggiorare le condizioni economiche e sociali di famiglie e imprese».

Elly Schlein è disponibile alle primarie di coalizione per la leadership. E lei?

«Ora siamo impegnati nella costruzione del programma, poi ci confronteremo anche sulla leadership, sapendo che i criteri possibili sono vari. Dobbiamo costruire una solida alternativa al governo Meloni, ma per farlo dobbiamo partire dagli obiettivi per realizzare, con le altre forze progressiste, un’idea di Paese alternativa a quella della destra e soprattutto per far tornare a votare le persone stanche e deluse dalla politica. Anche per questo come M5S a primavera partiremo con una nuova edizione di Nova, ancora più rivoluzionaria, con 100 punti nel Paese aperti al confronto con attivisti e simpatizzanti, ma anche semplici cittadini».

Al di là del leader, su cosa dovrà basarsi un programma di governo alternativo al centrodestra?

«Una nuova idea di lavoro in cui si rispetti la dignità delle persone, introducendo anche in Italia il salario minimo legale e la riduzione dell'orario di lavoro a parità di stipendio. Poi un netto cambio di pagina sulla sanità pubblica con più investimenti, più merito e meno “amichettismo”, un reset sui disastri combinati da questo governo sul crollo della produzione industriale, con una nuova stagione di investimenti per crescere e facilitare la vita a chi fa impresa con coraggio e nel rispetto dell'ambiente e dei lavoratori. E di certo dovremo cancellare il pacchetto di privilegi e impunità che hanno costruito per creare uno scudo ai politici allergici a controlli e indagini».

Come valuta la posizione dell’Italia sulla guerra?

«Il nostro Paese è semplicemente afono. Avremmo potuto avere una posizione chiara e dignitosa, come la Spagna di Sanchez, che tutelasse davvero il nostro interesse nazionale senza inginocchiarci a Washington. Invece Giorgia Meloni ha scelto la via dell’ubbidienza cieca, senza avere la forza e il coraggio politico di condannare gli attacchi unilaterali di Usa e Israele, avvenuti in piena violazione del diritto internazionale. Di più, non abbiamo sentito nemmeno una parola chiara sul possibile utilizzo delle nostre basi. In un momento così delicato l’Italia merita una guida che la renda più degna agli occhi della comunità internazionale».

Perché dite no al tavolo governo-opposizioni?

«Manca il presupposto fondamentale: una condanna chiara e una presa di distanza senza ambiguità dagli attacchi americani e israeliani. Ben vengano aggiornamenti costanti in un momento così delicato e critico, però Meloni deve venire in Parlamento dove ci sono le nostre proposte, non deve organizzare passerelle e photo opportunity che a nulla servono».

Venerdì saranno due anni dalla proclamazione di Alessandra Todde presidente della Regione. Le difficoltà non mancano, anche con gli alleati: lei si aspettava un cammino più sereno?

«Due anni fa Alessandra Todde ha vinto dando il via a una stagione di riforme e grandi cambiamenti per l’Isola, che veniva da 5 anni di abbandono, col centrodestra che preferiva tutelare gli interessi di pochi dimenticandosi della collettività. Il confronto tra forze politiche è normale, ognuno ha le sue posizioni e Alessandra ha il compito difficile di dover fare sintesi. E lo sta facendo nel migliore dei modi».

Sulla sanità l’Isola attende ancora una svolta, e molti consigliano a Todde di lasciare l’assessorato. Cosa le suggerirebbe?

«I sardi vogliono una sanità che funzioni e torni a prendersi carico delle persone senza distinzioni. Pochi giorni fa la Sardegna ha raggiunto e superato l’obiettivo nazionale del Pnrr sull’assistenza domiciliare e ottenuto 106 milioni di euro di rimborso. Per non parlare dell’accordo siglato che garantirà 2mila euro in più al mese per chi accetterà di fare il medico di famiglia nelle zone disagiate o che ne sono prive. Non suggerisco nulla ad Alessandra, che gode della fiducia dei sardi. La invito ad andare avanti a testa alta».

In Sardegna c’è un forte timore che la transizione energetica e le fonti rinnovabili avvantaggino chi specula e non i sardi. Vede anche lei questo rischio?

«La transizione ecologica è necessaria e noi abbiamo sempre ribadito la nostra totale contrarietà ad ogni forma di speculazione. Ambiente, suolo e paesaggio vanno difesi, proprio come sta facendo Todde. La Sardegna sta facendo scelte che tutelano il territorio ed è tra le regioni che investe di più, un miliardo sulla transizione ecologica. Investire sulle comunità energetiche o sugli impianti che guardano all’autoconsumo, senza ulteriore consumo di suolo, è indispensabile e strategico».

La Giunta sta accentuando la contrapposizione col Governo. È la strategia giusta?

«Sarebbe forse più opportuno dire il contrario: il governo sta accentuando la contrapposizione con le Regioni, specie quelle governate dal campo progressista. E non credo sia un caso. Mentre da Roma approvano leggi ingiuste - tagli alla scuola, ai comuni, alla sanità - nell’Isola si approvano leggi importanti sul salario minimo, sulla casa, sull’istruzione, per l’ambiente, i giovani, in difesa dell’acqua pubblica».

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