Il maestro.

Cappai, una vita sul ring: facciamo crescere i giovani 

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A nove anni ha infilato i guantoni per la prima volta. A sessanta è ancora lì: è cambiato soltanto il posto, prima combatteva tra le corde, oggi guida gli altri dall’angolo, osserva ogni movimento e vede quello che il suo pugile rischia di non vedere. Per Fabrizio Cappai la boxe non è mai finita. «E mai finirà», ammette. Prima come atleta, da trent’anni come allenatore (grazie a lui sono diventati campioni Luciano Abis e i figli Manuel, primo sardo a riportare l’Isola alle olimpiadi dopo quasi 60 anni, e Patrick), Cappai è un punto di riferimento nel pugilato sardo. Anche all’angolo, giura di ritrovare ancora le sensazioni dell’atleta: la tensione prima del gong, la capacità di leggere l’avversario. «Con i ragazzi mi sento ancora dentro il ring», racconta.

Da allenatore, però, guarda al futuro. «I talenti in Sardegna ci sono, ma per trasformarli in campioni serve un salto di qualità. Non tanto sul ring, quanto fuori: nelle palestre, nei rapporti tra tecnici e nella capacità di costruire un percorso comune», dice. «Abbiamo diversi ragazzi molto interessanti, quello che dobbiamo migliorare è il modo in cui questi ragazzi vengono seguiti e fatti crescere», aggiunge.

Il punto di partenza, dunque, è superare i confini delle singole palestre. «Noi maestri dobbiamo imparare a collaborare di più. Dobbiamo mettere da parte l’idea che ogni palestra sia un mondo chiuso. Quando abbiamo davanti un talento, il primo interesse deve essere la sua crescita». Da qui una proposta concreta: creare una sorta di piccola Nazionale sarda, con training camp periodici nei quali riunire i migliori giovani delle diverse società. «Dovrebbero allenarsi insieme, cambiare sparring, confrontarsi con metodi e sistemi di lavoro differenti. Uno scambio anche per noi tecnici». L’idea è far girare gli incontri tra Cagliari, Sassari, Oristano, Nuoro e le altre realtà pugilistiche dell’Isola: «Ognuno porta la propria esperienza e mette qualcosa a disposizione». Ma l’ostacolo è anche culturale. «Qualche volta noi allenatori siamo gelosi del nostro lavoro. Invece il pugile appartiene al suo sogno. Il compito del maestro è aiutarlo a raggiungerlo. Uniti possiamo costruire una nuova generazione di pugili». ( ma. mad. )

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