Le cronache parlano di degrado. Le persone, invece, di speranza. Chi quella piazza la attraversa ogni giorno sembra avere uno sguardo inaspettato. Più che paura, emerge soprattutto il desiderio di tornare a viverla. È il risultato dell’indagine realizzata da Antonella Caria e Manuela Lonis, studentesse dello Ied, che per l’esame di Sociologia dei processi culturali hanno raccolto le testimonianze di 55 persone incontrate in piazza del Carmine. L’obiettivo era semplice: capire quanto il racconto della cronaca – specie quella nazionale delle ultime settimane - influenzi davvero la percezione di questo spazio e quale sia, invece, l’esperienza di chi lo frequenta quotidianamente.
L’esperimento
«Pensavamo di trovare soprattutto ansia e paura. Invece l’emozione descritta più spesso è la speranza, il desiderio di vedere questa piazza tornare a vivere». Per capirlo è servito poco: un grande cartellone con la pianta della piazza, post-it colorati e sei emozioni da associare ai ricordi: rabbia, gioia, tristezza, paura, speranza e, su proposta degli stessi partecipanti, bellezza.
E se è vero che circa il 30% degli intervistati ha associato piazza del Carmine a paura e degrado, nella maggior parte dei casi sono emersi affetto, nostalgia e voglia di riappropriarsi di uno spazio considerato ancora importante per la città. In una parola: speranza.
I ricordi
«Mio padre mi parlava di una piazza molto diversa da quella che conosco io – racconta Manuela Lonis –. Da qui è nata la curiosità di capire come fosse cambiata e, soprattutto, come venga vissuta oggi da chi la frequenta». Le due studentesse hanno quindi incontrato anziani del quartiere, famiglie, lavoratori, turisti e giovani di diverse comunità straniere. Ne sono emersi racconti di una piazza che negli anni è stata luogo di incontro, di botteghe, di iniziative culturali e ritrovo degli universitari fuori sede.
Anche gli episodi di tensione non sono mancati nei racconti, ma è proprio qui che emerge uno degli aspetti più interessanti dell’indagine. «Nella maggior parte dei casi – osserva Caria – le situazioni di paura non erano esperienze vissute in prima persona, ma episodi letti sui giornali o raccontati da altri». Una distinzione che mette in luce la distanza tra la percezione costruita dal racconto e l’esperienza concreta di molti dei suoi frequentatori.
La speranza
Tra le richieste emerse con maggiore frequenza non c’è soltanto una maggiore sicurezza. Gli intervistati chiedono soprattutto una piazza più vissuta: spazi per bambini e anziani, attività culturali, occasioni di incontro, servizi per i giovani, una migliore illuminazione e una presenza più costante delle istituzioni. «Il problema percepito non è tanto la criminalità quanto l’assenza di vita», sintetizzano le due studentesse. «I dati mostrano che il legame affettivo con piazza del Carmine è ancora più forte dello stigma costruito dalla cronaca».
«Mi piacerebbe che questa speranza trovasse una risposta concreta – dice Manuela Lonis –. Lasciare vuoto uno spazio così ricco di memoria e di affetto sarebbe un’occasione persa». L’idea è immaginare nuovi modi di abitare questo spazio: eventi culturali, luoghi di aggregazione, aree dedicate alle diverse generazioni e un modello di socialità capace di riportare la piazza al centro della vita cittadina. Perché, se la cronaca continua spesso a raccontare il Carmine attraverso gli episodi di degrado, dalle 55 voci raccolte emerge soprattutto un’altra richiesta: restituire ai cagliaritani una piazza da vivere, non soltanto da attraversare.
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