Erano certi «di avere fatto la storia», di avere piazzato «la bomba là», all’esterno dalla villetta in cui il giornalista Sigfrido Ranucci vive con la famiglia a Pomezia. Sono quattro, secondo i pm dell’antimafia della Capitale, gli autori materiali dell’attentato al conduttore di Report che la sera del 16 ottobre semidistrusse l’auto del giornalista e causò danni all’abitazione.
Sono tutti campani, della provincia di Napoli e di Avellino e stando a quanto scrive il gip nell’ordinanza, su di loro gravano «elementi gravi, precisi e concordanti» a ritenere che «abbiano preso parte all’azione criminosa e abbiano offerto un contributo rilevante alla commissione dei reati», messi in atto in cambio di alcune migliaia di euro.
La svolta
Ora gli inquirenti sono a caccia dei mandanti, di chi ha fornito soldi per compiere l’azione, garantendo anche i mezzi per una eventuale fuga all’estero oltre che una versione da fornire agli inquirenti una volta arrestati. L’obiettivo è capire se l’azione sia stata commissionata da gruppi criminali locali o da soggetti finiti nelle inchieste giornalistiche di Report. «Aspettiamo gli sviluppi – commenta Ranucci –. Ho voluto ringraziare il Nucleo investigativo dei Carabinieri e il pm Carlo Villani, che mi aveva promesso che avrebbe chiuso le indagini ed è stato di parola».
La ricostruzione
I quattro della banda sono stati fermati tra Napoli e Avellino: si tratta di una giovane coppia di Avella – Pellegrino D’Avino e sua moglie, Marika De Filippi, finita ai domiciliari –, di Saverio Mutone, residente a Sperone, e di Antonio Passariello, 53 anni, originario di Cicciano, ritenuto uno dei capi del gruppo. In una mail anonima una fonte racconta agli inquirenti che Passariello avrebbe compiuto l’azione senza renderla nota al gruppo criminale a cui sarebbe legato. Ma per il gip l’uomo non ha legami con alcun clan. In base a quanto accertato, Passariello ha preso a noleggio una Fiat Panda nera e dopo essersi recato con Mutone a Torvaianica la sera del 16 ottobre, ha materialmente piazzato l’ordigno, costituito da «gelatina da cava»: materiale obsoleto ma «dalla straordinaria capacità distruttiva» tanto che la Procura nella richiesta di arresto contesta il reato di strage. Grazie ad una complessa analisi delle telecamere, i carabinieri sono inoltre riusciti a ricostruire il percorso dell’auto. Nell’ordinanza si citano anche una serie di intercettazioni nel corso delle quali gli indagati si dicevano pronti a fuggire all’estero. A garantire la fuga sarebbero stati i mandanti.
«L’auspicio – commenta il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano – è che si faccia un passo anche nei confronti dei mandanti». Le opposizioni chiedono agli inquirenti di andare fino in fondo. «L’attentato a Ranucci non è soltanto un attacco a un giornalista o alla trasmissione. È un attacco alla libertà di stampa e al diritto dei cittadini a conoscere fatti, nomi e responsabilità», afferma il Pd con Sandro Ruotolo. Il M5S si dice preoccupato «dei metodi usati che dimostrano una chiara connivenza mafiosa». Vicinanza espressa anche dalla Rai, mentre la Fnsi annuncia che si costituirà parte civile.
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