La storia.

Artisti di strada cacciati: «Qui non potete suonare» 

L’appello dei musicisti che lavorano in città: bisogna trovare un punto di equilibrio 

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Il sassofono comincia a suonare e, per qualche minuto, il centro di Cagliari diventa un palcoscenico. Qualcuno si ferma, qualcuno tira fuori il telefono per fare un video, qualcuno lascia una moneta nella custodia aperta a terra. Poi arriva una voce che cambia tutto: «Qui non puoi suonare». È il momento in cui la strada, da spazio per tutti, torna a essere proprietà di qualcuno. «Capita molto spesso: ti metti in un posto e ti cacciano via come un topo», dice Stefano Mameli, musicista di strada.

Il fatto

Uno degli ultimi casi, racconta l’artista, è avvenuto il mese scorso al Bastione, davanti alla mostra di Tutankhamon. A chiedergli di spostarsi sarebbe stata una dipendente del museo, che avrebbe lamentato il volume della musica perché rendeva più difficile ascoltare i clienti. «Il volume era talmente basso che, a neanche un metro da me, due persone parlavano sottovoce senza alcuna difficoltà». La donna, aggiunge, si sarebbe poi vantata di aver già mandato via un altro musicista.

La riflessione

Per Mameli il problema va oltre il singolo episodio. Lui assicura di riuscire a convivere con i residenti, ma individua alcune zone, come il Largo e il Bastione, dove l’insofferenza sarebbe più evidente. E dietro le richieste di spostarsi vede anche un pregiudizio: «Molti ci associano alla delinquenza, c’è ancora questo immaginario del musicista di strada come una specie di pirata». Ma la musica di strada, è il pensiero dell’artista, va considerata parte della città, un modo per attirare l’attenzione di chi passa, soprattutto quando Cagliari si riempie di visitatori. Mameli non chiede che tutti amino la musica, ma di poterla fare senza essere considerato un disturbo a prescindere. E la qualità, precisa, conta: «La strada dovrebbe essere uno spazio per l’arte, non soltanto un modo per raccogliere denaro». Da qui la richiesta di regole più chiare.

La proposta

Mameli contesta un sistema che, a suo giudizio, guarda all’uso dell’amplificazione invece che al livello effettivo del rumore. Vorrebbe limiti misurati in decibel, così da distinguere la musica dal semplice disturbo e avere criteri uguali per tutti. È una questione di equilibrio che torna anche nelle parole di Francesco Pilutti, che da musicista di strada conosce bene la situazione. Anche a lui è capitato di essere mandato via, ma non sempre la protesta è incomprensibile. «Dipende dai casi: a volte qualcuno esagera con i volumi, o suona per otto ore di fila per giorni consecutivi, senza alcuna tolleranza verso chi vive lì. Può succedere anche a chi ha rispetto, magari perché capita nel posto sbagliato, dove i residenti hanno raggiunto il limite della sopportazione». E quando un residente è già esasperato, anche chi rispetta le regole può diventare «la goccia che fa traboccare il vaso».

Quadro generale

«Il problema è anche di numeri», spiega Pilutti. «Negli ultimi anni c’è stato un incremento di artisti di strada a Cagliari: ciò significa che i residenti li sentono più spesso». E non tutti gli artisti hanno la stessa attenzione verso abitanti, commercianti e colleghi: «Può capitare persino che qualcuno si metta a suonare a venti metri da un altro musicista». Per Pilutti, dunque, serve buon senso da entrambe le parti. «L’arte è un valore aggiunto, ma dipende dalla qualità: se è arte vera, bene; se lo si fa solo per guadagno senza dare nulla alla città, allora diventa un’arma a doppio taglio, perché a pagarne le conseguenze sono tutti i musicisti». A Bruxelles, dove ha suonato, esisteva una regolamentazione precisa: gli artisti potevano sostenere un’audizione in Comune una volta al mese. «Un sistema come quello potrebbe aiutare a garantire una certa qualità, evitando che il comportamento di pochi finisca per danneggiare tutti».

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