Il ministero dell’Ambiente non può snobbare, e non applicare, leggi regionali della Sardegna. Solo la Corte costituzionale può bocciarle (e lo ha fatto). È più una vittoria formale che di sostanza quella conseguita dalla Regione contro lo Stato con la sentenza emessa ieri dalla Consulta, chiamata a decidere su un conflitto di attribuzioni innescato da Villa Devoto contro il Mase sul fronte delle aree idonee per le rinnovabili. Perché nel frattempo il castello normativo costruito in Sardegna è per la gran parte crollato, proprio per via di una decisione del giudice delle leggi.
Lo scontro
Al centro del contenzioso c’erano sei via libera concessi nella prima metà del 2025 per altrettanti campi agrivoltaici tra Oristanese e Sassarese: centinaia di ettari di pannelli che gli uffici ministeriali avevano autorizzato dichiarando «illegittima» la legge regionale sulle aree idonee allora in vigore. Il ragionamento degli uffici ministeriali era: siccome il Consiglio di Stato ha sospeso l’efficacia del decreto Pichetto Fratin sul quale è stata costruita la norma sarda, di conseguenza è da considerare decaduto anche l’impianto legislativo regionale. Tutto sbagliato, ha stabilito adesso la Consulta, ribadendo un principio: «L’autorità amministrativa statale deve applicare la normativa regionale vigente poiché solo la Corte costituzionale può dichiararne l’illegittimità».
Il ricorso
A presentare il ricorso per conflitto di attribuzioni era stata la Regione. Gli avvocati di Villa Devoto avevano contestato che il ministero «nel dichiarare la compatibilità ambientale degli impianti, avrebbe escluso aprioristicamente l’applicazione della legge con la quale la Regione ha inteso individuare le aree idonee e non idonee all’installazione di impianti» per la produzione di energia rinnovabile. Questo modo di operare «avrebbe determinato una lesione delle prerogative e attribuzioni costituzionali» della Sardegna. Il Mase «non solo avrebbe deciso di non dare attuazione a una legge regionale vigente ma avrebbe, più radicalmente, affermato l’illegittimità di qualsivoglia disposizione regionale» in tema di rinnovabili.
La sentenza
Argomenti che hanno colto nel segno. La Consulta ha stabilito che al momento dello scontro la legge sulle aree idonee fosse in vigore ed efficace. E i provvedimenti adottati che si basavano «sull’asserita illegittimità (...) violano le norme costituzionali» che stabiliscono i confini delle competenze degli enti. Le leggi, è riportato ancora nella sentenza, valgono «fintantoché questa Corte non ne abbia dichiarato l’illegittimità costituzionale. Solo quest’ultima declaratoria comporta la cessazione dell’efficacia». “Declaratoria” che sulle aree idonee come disegnate dalla Regione era poi arrivata a dicembre del 2025. Ma le autorizzazioni rilasciate ad aprile «devono essere annullate». Una batosta per le società che avevano proposto gli impianti e pensavano di avere le autorizzazioni in tasca.
Le reazioni
Anche se il complessivo quadro normativo in tema di rinnovabili è stato stravolto negli ultimi mesi, in Regione incassano il punto: «Il principio che la Consulta afferma è netto: finché una legge regionale è in vigore, lo Stato deve applicarla. Non può aggirarla», commenta la presidente Alessandra Todde, sottolineando «il valore politico e istituzionale del pronunciamento». Secondo l’assessore all’Industria, Emanuele Cani, è stato stabilito che «la Sardegna ha il diritto di governare i processi che riguardano il proprio sistema energetico, industriale e produttivo». Il collega all’Urbanistica, Francesco Spanedda, i cui uffici avevano sviluppato il piano delle aree idonee, riflette sul fatto che la sentenza «non va letta come un freno allo sviluppo delle energie rinnovabili, ma come la conferma che tale sviluppo deve avvenire all'interno di una cornice di legalità e di rispetto per le prerogative di pianificazione del territorio della Sardegna».
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