Da pochi giorni la cucina italiana è stata ufficialmente riconosciuta dall’UNESCO (l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Educazione, la Scienza e la Cultura) come Patrimonio Culturale Immateriale dell'Umanità. Un riconoscimento importante, esaltato da molti. Un riconoscimento che celebra non solo le ricette nazionali, ma tutto l’universo che gravita attorno al cibo italico: la preparazione e condivisione del cibo, inclusa la trasmissione di saperi, la stagionalità, la biodiversità e i rituali sociali, come i pranzi in famiglia.

Ma al di là delle celebrazioni venate di patriottismo, esiste veramente la cucina italiana? Oppure il mito supera abbondantemente la realtà?

Di questi temi tratta l’ultimo saggio dello storico dell’alimentazione Alberto Grandi intitolato L’invenzione del cuoco (Mondadori, 2025, pp. 192, anche e-book).

La copertina del libro

Grandi, docente di storia dell’alimentazione all’Università di Parma, parte da una semplice constatazione: per molti secoli l’alimentazione degli italiani è stata segnata dalla scarsità e da una fortissima frammentazione territoriale. Il concetto stesso di ‘cucina italiana’ è, a ben vedere, un prodotto del Novecento. E lo è non solo per ragioni economiche e sociali, ma anche – e soprattutto – mediatiche. Alberto Grandi, infatti, sostiene nel suo volume due tesi forti. La prima è che sia stata la cucina italiana a fare gli italiani (e non viceversa); la seconda tesi è che sia stata televisione ad inventarla e raccontarla, corredandola dei suoi archetipi: ricette, forchettate in diretta, nutrizionisti, chef con pose da star. Insomma, una prima idea della cucina italiana nasce tra Otto e Novecento ed è stata poi “nazionalizzata” dalla TV, con l’appoggio interessato dell’industria agroalimentare e del turismo.

Una tradizione inventata quella della cucina nazionale nostrana? In buona parte sì. Ma è proprio questa invenzione che ha dato forma all’immaginario gastronomico che oggi chiamiamo “italiano”. Come è accaduto? Nell’Italia degli anni Sessanta, mentre è in via di esaurimento il boom economico, il cibo inizia a essere narrato, rappresentato, spettacolarizzato dai media, acquisendo una dimensione simbolica e pian piano un ruolo identitario: in breve gli italiani diventano anche quello che cucinano. In questa narrazione è la televisione a svolgere un ruolo decisivo, allevando schiere di consumatori secondo la leggenda che succulenti piatti regionali costituiscano da sempre il desinare quotidiano nelle poverissime mense dei contadini fino al dopoguerra, addirittura perfezionati e tramandati di madre in figlia. A partire dal mitico “Carosello”, e poi attraverso trasmissioni e personaggi di variegata competenza, da Ave Ninchi a Luigi Veronelli fino ad Antonella Clerici o a Benedetta Parodi, la televisione contribuisce a creare un immaginario gastronomico condiviso e identitario, con la codificazione popolare di ricette, riti, regole e figure archetipiche che oggi noi consideriamo giustamente un patrimonio nazionale.

Ciò che noi chiamiamo con orgoglio “cucina italiana”, spiega Grandi, non è altro che la narrazione partecipata di un intero paese che verso la fine degli anni Sessanta si trova di fronte a una notevole disponibilità e varietà di prodotti alimentari e che, grazie a un innato talento per i fornelli e per la soddisfazione del gusto, la costruisce prima per il consumo interno, usando la tv, e poi la racconta in tutto il mondo con straordinaria efficacia e un pizzico di spocchia gastronomica.

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