CRONACA SARDEGNA - CAGLIARI

dalla prima pagina

Cosa resta della politica? Il commento di Andrea Mereu

L'indipendentismo sardo paragonato a cosa accade in altri Paesi
doddore meloni (archivio l unione sarda)
Doddore Meloni (Archivio L'Unione Sarda)

Commentando in rete il pensiero di un caro amico in "disterru", avevo sentenziato che la politica era oramai morta. Intendevo che il suo ciclo diretto, così come lo avevamo inteso al massimo dell'autorità, per decenni, aveva smesso di offrire alla società la garanzia di crescita almeno pari all'importanza che ogni elezione suscitava nel dibattito pubblico.

Mi riferivo alle vicende politiche sarde, particolarmente offese da governi mai capaci di superare il limbo. Ogni tornata, infatti, esplodeva in profonde guerre fratricide puntualmente smentite dagli esiti reali, sempre distanti dalle promesse e clamorosamente poveri di risultati. Non mi limitavo a una polemica frecciata. Durante il mio primo lustro in Inghilterra, ho potuto approfondire l'analisi sulle vicende dell'indipendentismo. Proprio all'alba di una piccola rivoluzione - la Brexit - capace di suscitare tremori alla classe politica europea, sempre in bilico fra l'urgenza delle istanze locali e la necessità del dogma caro a Bruxelles.

Mi era oramai chiaro come la politica fosse una faccenda che riguardasse i popoli e le autonomie. E avesse bisogno di interpreti in grado, semmai, di farsi eroi e portavoce, soprattutto in prima istanza, dei bisogni primari e le attese espresse a più riprese dai sempre più agguerriti residenti.

Ogni volta che passo per Terralba (la mia seconda casa sarda) non manco una visita alla tomba del "piccolo" martire - Doddore - capace nella sua condotta funambolica di imprimere alla causa sarda un tono quasi epico.

E non posso mancare di paragonare questa vicenda, per certi versi oscura, all'altrettanto prematura morte dell'eponimo irlandese Bobby Sand. Eroe personale, di cui Doddore mostrò orgogliosamente la biografia prima di andarsi a consegnare nelle mani della giustizia. Storie d'isole, mi ripeto. L'isola che patteggia con la politica il meglio delle risorse, umane, naturali, artistiche, per ricevere in dote poche briciole di marzapane. Cibo buono, che non sazia. Allora il dibattito aveva assunto il tono dello scambio stretto fatto di singoli episodi; in quel momento ho capito la reale distanza che separa la vita del mondo dalla piazza sarda. Una distanza difficile da colmare. Non con gli strumenti proposti dall'attuale "mercato". Il lento procedere affannoso e greve di politici inermi, incespica davanti alla crescente influenza della pubblica opinione all'interno di un dibattito altrimenti privatissimo.

Sempre le isole e la politica. Il mio distretto londinese, Kilburn, è un miscuglio di razze e nazionalità, perfettamente gestito nell'equilibrio fra confessioni religiose che vivono interscambiandosi risorse e necessità. Nel raggio quadrato di poche strade, sono ubicate una grande moschea, una chiesa anglicana, una sorvegliatissima scuola ebraica, un'affollata madrasa islamica e perfino la maestosa sede della misconosciuta chiesa di Ruach. I giorni di preghiera rischiano di trasformarsi in una polveriera di strade ribollenti in cui i fedeli si riversano in massa dopo le funzioni. Ci si trova a convivere, quasi stretti, con tanti piccoli mondi affacciati sulla stessa strada, ciascuno preparato per interpretare la vita pubblica al meglio delle attese. Sempre quelle. Le piccole riserve di cultura, spesso millenaria, che sgomitano per affermare il diritto alla confessione laica nei mercati globali.

Perché di questo si tratta. Porgere l'altra guancia al mondo che avanza richieste cui tutti devono avere accesso. Soprattutto chi, per questione di geografia, guarda il mondo da una distanza solo apparentemente privilegiata. Forse, Sand e Doddore non avevano colto tale anelito. Avevano imbastito il messaggio poetico e si erano fatti portavoce di aspirazioni ancora acerbe.

Cosa rimane della politica? Forse il dibattito. Sicuramente il ruolo elettivo. Ma occorre una revisione. Un candidato ideale dovrebbe essere abbastanza eroe da intraprendere un viaggio verso dove anche un piccolo tesoro avrebbe meritato ricavo. Non ci si può più limitare alle scaramucce fra zattere e chiese o alle commesse di materiale bellico. La barca è una e naviga a vista. Il capitano tracci la pista. I sardi navigatori hanno tesori da esportare. E voglia di imprese, perfino folli.

Andrea Mereu

(Scrittore di Sorgono, operatore culturale a Londra)

Andrea Mereu (Instagram)
Andrea Mereu (Instagram)

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