La domanda non è più se i minori siano sui social, ma a quale età debbano poterci entrare. Il 16 settembre, nel discorso sullo Stato dell’Unione, Ursula von der Leyen ha annunciato l’EU Kids Act: «Nessun utilizzo dei social media per i minori di 13 anni», e nessun account personale sotto i 15. Tra i 13 e i 15 saranno consentiti solo mini-account supervisionati dai genitori, con funzioni limitate e restrizioni di tempo. Tra i 15 e i 18 la progettazione sicura diventerà un obbligo per le piattaforme. Il principio è l’inversione dell’onere della prova: non più i genitori a dimostrare il danno, ma le aziende a dimostrare che i prodotti sono sicuri. E il perimetro va oltre l’infanzia: ci sono, ha detto la presidente, «design che creano dipendenza. Danneggiano tutti, che si tratti di minorenni o di adulti». In autunno arriverà il Digital Fairness Act.

«Il 92% degli europei ritiene che si debba rafforzare la tutela di bambini e giovani online, e circa il 70% si dice preoccupato per il cyberbullismo, le molestie e il grooming», l’adescamento dei minori. Lo ha dichiarato la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen in conferenza stampa presentando l’Eu Kids Act. «In Europa – ha aggiunto - i giovani trascorrono in media dalle 4 alle 6 ore al giorno davanti a uno schermo. Per chi ha iniziato a usare i social media prima dei dieci anni, la durata è ancora maggiore: trascorrono online circa 7-8 ore al giorno. Troppi bambini vengono esposti troppo presto al mondo online».

Il test australiano: gli account calano, l’uso no

L’apripista è l’Australia, che dal 10 dicembre 2025 vieta l’account agli under 16 con multe durissime per le piattaforme, ma, secondo i dati di eSafety - l’ente australiano di regolamentazione per la sicurezza online - oltre l’80% dei ragazzi di età compresa tra i 10 e i 15 anni bypassa il divieto e usa ancora i social.
Secondo il rilevamento “Early days, early insights”, la quota di chi possiede un account è scesa dal 52,4% al 42,1%: calo modesto ma statisticamente significativo. Quella di chi continua a usare almeno una piattaforma vietata, con o senza account, è passata solo dall’85,9% all’81,5%. Il motivo, dice il rapporto, è l’applicazione inefficace della verifica dell’età: più della metà dei ragazzi afferma che nessuna piattaforma gliel’ha mai chiesta, il 18% è stato stimato erroneamente come maggiorenne, il 37% ha semplicemente dichiarato un’età superiore.

Il mondo, in ordine sparso

Malesia e Indonesia hanno adottato il divieto totale sotto i 16 anni. La Cina ha scelto un’altra strada: nessun divieto, ma una “modalità minori” integrata nei dispositivi e nelle app che limita il tempo di utilizzo, anche notturno, nella fascia 8-16 anni. Il Brasile obbliga a collegare l’account di un tutore per tutti i minori di 16. Negli Stati Uniti non esiste una legge federale, ma Meta ha da poco chiuso con un patteggiamento da circa 17 miliardi di dollari la causa intentata da una coalizione di Stati sulla dipendenza dei minori: in assenza di norme, il contenimento passa dai tribunali.

Francia, il caso più controverso

Il Parlamento francese aveva approvato in via definitiva il 21 luglio il divieto agli under 15. Il 14 agosto il Conseil constitutionnel ha censurato l’articolo che lo introduceva, giudicando insufficienti le garanzie per la libertà di espressione e la tutela della privacy. Macron ha chiesto al governo di riscrivere il testo.

Gli altri si muovono in ordine sparso. Il Regno Unito ha annunciato a giugno, con l’allora premier Starmer, un divieto under 16 con verifica tramite scansione facciale o documento. Il Portogallo ha approvato a febbraio il divieto totale sotto i 13 anni e il consenso dei genitori fino ai 16. La Danimarca ha un accordo di governo per il divieto sotto i 15, la Germania una commissione che studia il blocco sotto i 14. La Norvegia punta ai 15 anni con obbligo di BankID, l’identità digitale nazionale, per accedere ai social.

In Italia non c’è ancora una legge, ma i disegni depositati sono molti: il bipartisan Mennuni-Madia innalza a 15 anni la soglia per l’iscrizione autonoma, Carfagna propone il divieto totale sotto i 13, Latini estende il consenso dei genitori fino alla maggiore età, Nicita-Basso sposta il peso sulla responsabilità delle piattaforme.

Il nodo resta la verifica. Perché un quattordicenne può dichiararne sedici con un clic, e una data di nascita non è una prova. Bruxelles lavora a un sistema di “age verification” – verifica dell’età –  basato sulla prova a conoscenza zero, che permetterebbe di dimostrare di aver superato una soglia senza consegnare i propri dati. La partita non si gioca sul numero scritto nella legge – 13, 14, 15 o 16 – ma su chi deve controllarlo e con quali garanzie.

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