Spagna campione, Inghilterra terza, Francia quarta, Belgio, Norvegia e Svizzera ai quarti di finale. I verdetti finali dei Mondiali mettono in evidenza una questione: l’Europa è, e rimane, il centro del mondo del calcio. Con tre finaliste su quattro, l’Argentina unica “esterna”, e sei su otto ai quarti di finale (il Marocco l’altra aggiunta), le nazionali appartenenti all’Uefa hanno quasi monopolizzato un torneo che si giocava ben oltre i confini continentali, tra Canada, Messico e Stati Uniti. E che la Fifa aveva fatto di tutto per rendere ancor più globale.

La squadra campione? Un’europea, la Spagna. Il capocannoniere? Un europeo, il francese Kylian Mbappé. Il miglior giocatore del torneo? Un europeo, lo spagnolo Rodri. E sono europei, o per meglio dire sempre spagnoli, anche il miglior giovane (Pau Cubarsí, strepitoso) e il miglior portiere (Unai Simón, appena un gol subito in otto partite). Sono, oltre alla coppa alzata lo scorso 19 luglio a East Rutherford, i premi individuali assegnati dalla Fifa ai principali protagonisti. Che vedono ben otto europei su undici anche nella formazione ideale: Pedro Porro, Cucurella e Rodri per la Spagna, Bellingham per l’Inghilterra, Upamecano, Olise e Mbappé per la Francia e Haaland per la Norvegia, oltre agli argentini Lisandro Martínez e Messi e alla grande sorpresa Vozinha, il portiere di Capo Verde.

Kylian Mbappé, capocannoniere degli ultimi Mondiali (foto Ansa)

Tutti questi dati ne fanno emergere uno, incontestabile: i migliori sono in Europa, dagli altri continenti ci sono le briciole e nella stragrande maggioranza arrivano dal Sud America (l’exploit del trentanovenne Messi è un esempio). Eppure, il grande Mondiale di Infantino (e Trump...) prometteva di essere – oltre al più grande, più ricco e più costoso di sempre – quello in cui le novità (a livello di nazionali) l’avrebbero fatta da padrone e magari sarebbe pure scappata qualche sorpresa sulla squadra campione. Così non è stato, o meglio: così è stato solo nella fase a gironi, dove si sono qualificate in trentadue su quarantotto partecipanti (addirittura qualcuno senza mai vincere una partita).

La suddivisione dei quarantotto posti per questo Mondiale, il primo con formato allargato, prevedeva sedici partecipanti dall'Europa (erano tredici nel 2022), nove dall'Africa (da cinque), otto dall'Asia (da cinque), sei dalla Concacaf (Nord e Centro America, da tre) e dal Sud America (da quattro) e una dall'Oceania (che prima non aveva posti assicurati). Più due dagli spareggi interconfederali, andati a Congo e Iraq. A giudicare dai risultati sportivi, ossia l’unica cosa su cui si possono misurare le scelte nel calcio, la sproporzione verso certe federazioni è stata marcata ed eccessiva.

L'Inghilterra festeggia nella finale per il terzo posto dei Mondiali (foto Ansa)

L’Asia ha completamente fallito questi Mondiali: solo Australia (che dal 2006 fa parte della federazione, anche se geograficamente è in Oceania) e Giappone hanno superato la fase a gironi, che pure non comportava grosse difficoltà visto che si qualificavano le prime due di ogni gruppo più le otto migliori terze (su dodici). Ma ai sedicesimi entrambe sono uscite. L’Africa ha fatto leggermente meglio: tolta la Tunisia hanno superato tutte il girone, e sembrava il preludio a un exploit (con Capo Verde come principale storia), ma ai sedicesimi è venuto fuori il reale valore e sono andate avanti solo Egitto (fino agli ottavi) e Marocco (fino ai quarti). Un flop, eppure queste due federazioni hanno avuto oltre un terzo dei posti.

La Concacaf, la federazione di Nord, Centro America e Caraibi, aveva Canada, Messico e Stati Uniti come Paesi ospitanti. Risultato? Fuori tutte agli ottavi, un torneo con pochi sussulti. L’unico, vero, quello degli Usa per la grottesca revoca della squalifica a Folarin Balogun, espulso contro la Bosnia ma regolarmente in campo nella sconfitta per 1-4 contro il Belgio. Le altre? Curaçao ha debuttato perdendo 7-1 contro la Germania ma poi ha quantomeno strappato un punto, a differenza di Haiti e Panama (quest’ultima l’unica senza mai segnare). Un’altra pesante insufficienza.

Gianni Infantino e Donald Trump alla finale dei Mondiali (foto Ansa)

L’Europa ha garantito il meglio, qualitativamente e quantitativamente, eppure a questi Mondiali è stata snobbata, con un aumento minimo delle partecipanti. Troppo basso, in proporzione, rispetto al valore suo e delle altre nazionali. Per il 2030 servirà rivedere il sistema di qualificazione, altrimenti il rischio è di impoverire il torneo. Ma questa – adesso – diventa una questione secondaria, perché prima c’è da salvaguardare la stessa esistenza dei Mondiali dopo il piano (fallito) di Infantino di “venderlo” ai privati. E la sfiducia che Uefa, Afc e Concacaf hanno mosso verso l’attuale presidente potrebbe sconvolgere il mondo del calcio a marzo, quando ci saranno le elezioni presidenziali della Fifa.

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