Mario al malocchio non aveva mai creduto. Fino a quando non vide le sue piante di fagioli inchinarsi verso terra stremate, asciugate del verde in una notte. «In vicinato non c’è un orto più bello», aveva sussurrato la sera prima la vicina alzando un poco la testa oltre il recinto.

Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova, avrebbe detto Agatha Christie nel suo Dieci piccoli indiani.

Mario decise che anche solo la prima parte del sillogismo giustificasse una formale presa d’atto dell’aura malefica della vicina curiosa, da allora e per sempre innominabile portatrice di sventura. Diventare pindaccio/u/a, è un attimo.

Acqua. Malocchio. Foto Mauro Puddu
Acqua. Malocchio. Foto Mauro Puddu
Acqua. Malocchio. Foto Mauro Puddu

Sarà stato un caso, ma il giorno che scavarono il pozzo a Neuletta venne organizzato un servizio vedetta anti occhio. Che non si sa mai.

La verità è chiara. Non si può rischiare s’ocru malu. Non ci crede nessuno, ci credono tutti. Tecnicamente un piccolo segmento di odio lineare colpisce l’obiettivo in un battito di ciglia. Le contromisure immediate si limitano a un florilegio di antiche espressioni apotropaiche. Portano sempre dove non batte il sole, da un capo all’altro dell’Isola che non c’è.

Fede e paura

La superstizione è nel dna di una terra che gronda fede e paura. Non è mai una coincidenza che il vino diventi aceto. «Mi ha guardato male, ti ricordi? È passata proprio quando stavamo travasando». (e giù maledizioni vettoriali in punta di pupilla)

La medicina contro la iattura ha un canovaccio preciso con diverse variazioni sul tema.

Un’anziana donna versa acqua santa (abba vona) in un bicchiere trasparente, a cui aggiunge tre chicchi di sale. Recitando una preghiera sottovoce traccia tre segni di croce sopra il bicchiere. Quindi ripete l’operazione con tre chicchi di grano, spogliati dalla paglia.

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Se le bollicine increspano l’acqua il malocchio è rivelato. A quel punto, con l’acqua benedetta, la nonnina segna la fronte, i polsi, sotto le ascelle e nell’incavo tra le due clavicole del soggetto “colpito” dal maleficio.

Tre Ave Maria chiudono il cerchio. Scacciato il sortilegio, con l’aiuto del Signore, il mondo può ricominciare a girare. La formula non si rivela e si trasmette da donna a donna. E guai se un uomo entra in casa se si sta compiendo il rito, essere immondo e portatore di disgrazie, poco timorato di Dio. Sì proprio tu, hai capito bene. L’acqua per il sortilegio deve essere attinta da una particolare fonte. Conoscenze, tradizioni, legami, questo è il filo che tutto unisce.

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La maga centenaria

Sia Consola Melis, ipercentenaria di Perdasdefogu, all’occhio cattivo ci credeva eccome. A Foghesu arrivavano da ogni latitudine per carpire i segreti dell'elisir di lunga vita e credere a tutto quel che dicevano queste strane creature senza tempo. Quel giorno capitò qualcosa di strano. La bella signorina di fronte a lei pareva soffrire, non riusciva a tenere il microfono in mano. «Aspetta figlia mi’, secondo me ti hanno fatto il malocchio». In pochi minuti venne organizzato un istant abrebu, accreditato di un discreto successo e seguito da una bella intervista alla signora Melis, consolatrice di anime.

Sappiano i più teneri di stomaco che il rituale a volte contempla l’uso della saliva come acceleratore di particelle anti sfortuna. Sarà santa come la pipì degli infanti?

La Sardegna delle curatrici è fatta di simboli, i nodi per legare le persone, favorire rapporti, le erbe per decotti e fumigazioni, il vino e il sangue come terapia e nutrimento.

Il male è un vaso pieno di pensamenti: la paura dopo un incidente, la vista di qualcosa di tragico, brutti sogni, preoccupazioni. All’occorrenza una guaritrice agisce così: prende un piatto, mette dentro un qualcosa di benedetto nel corso di una cerimonia religiosa, la palma di Pasqua oppure una candela o semplicemente un fiore, poi zucchero e un po’ di caffè. Ci si butta sopra un batuffolo di cotone acceso, la fiamma sale. Comincia una preghiera silenziosa: man mano che tutto brucia, il male se ne va. L’orario della piccola cerimonia deve coincidere col suono delle campane: la mattina alle 7, a mezzogiorno e all’Ave Maria.

Via WhatsApp

Matrilineare nel ciclo vitale, il verbo antico portato di bocca in bocca fino ai giorni nostri. S’abrebu 3.0 oggi si fa in videochiamata. Sta male la bambina a Cagliari? I giovani genitori, laureati & masterizzati, non hanno dubbio alcuno: chiamiamo tia Vissenticca.

«Cosa ha la bambina?».

«Non lo sappiamo ma se ce la dice una preghiera male non le fa». E così sia.

Ho chiesto (per un amico) all’intelligenza artificiale istruzioni su come praticare un abrebu. Mi ha dato alcuni utili consigli che non rivelerò e altri tra cui quello di rivolgermi all’ufficio (pardon) al museo della magia, Sa omu e sa maja, di Seui.

Sicuri che meritiamo di andare su Marte? Facendo i debiti scongiuri sì. Forse potremo offrire agli esseri con le antenne un poco del nostro campionario di preghiere, naraibulus, filastrocche. Magari anche i marziani hanno una preghiera contro la puntura dell’Armadillidium vulgare, un piccolo crostaceo che si appallottola quando viene disturbato. A Baunei ben la conoscono.

Suladuredda pinta, de deus malaitta, malaitta e Deus non tocchese su meu.

E chissà poi che biscioni ci sono sul pianeta rosso! Saranno forse diversi da quelli di casa nostra. Una domanda lecita se si pensa che Philip K. Dick si chiedeva se gli androidi sognassero pecore elettriche. E poi con il dovuto rispetto Sa survile marziana dovrà in qualche modo essere combattuta. Noi potremmo offrire armamenti di prim’ordine come questa antica filastrocca:

A boeddu a boeddu,

A boeddu 'e mare

Tres cupas de incupare

Cupas de ozu ghermanu

E ‘ortiches a la tunnere

E àcos a la pungere

E àcos punghiolas

Sa survile suttora

Non bi l’accatet s’ora.

Gli amuleti

Il sardo arsenale può contare su una batteria di amuleti di prim’ordine, giunti fino a noi nei secoli immutati. Non c’è bambino che possa affrontare il mondo esterno senza l’aiuto di questo talismano. Il più conosciuto è s’abaneddu, meglio conosciuto come koccu, pinnadellu o sabagiu. Dicono possa trasformare una persona normale in un supersayan di terzo livello. No, questo non è vero. Tra i poteri acclarati oltre l’evidente valenza estetica la funzione protettiva legata alla forma tondeggiante, che rappresenta l’occhio “buono” contro quello “cattivo”. Ha il potere di assorbire maledizioni, maldicenze, influssi nefasti, malocchio e di trattenere il male in sé. Deve essere ricevuto in dono. L’assenza di questo fattore pregiudica il potere magico. La parola chiave è allontanare, come già spiega la parola latina amolior, da cui deriva amuleto. Ogni cultura a tutte le latitudini condivide una vasta oggettistica magica di largo consumo. Il costume tradizionale sardo è ornato di amuleti divenuti gioielli che le ricche signore acquistano. Libera nos a malo, dicevano gli antichi.

Altre armi non convenzionali contro il cattivo occhio (bandite dalle convenzioni internazionali) sono le pungas: un quadrato di tessuto in panno o broccato al cui interno sono contenuti elementi naturali: grano, semi, cera benedetta, monete, scritti, preghiere, proteggono dal malocchio e scacciano gli influssi malefici, difendono le partorienti dall’aborto o dalle complicazioni del parto, gli uomini dall’uso delle armi da taglio o da fuoco, dagli incendi e dai danni al bestiame. Non era insolito, quindi, che anche i marinai di foresta ne avessero una con sè. Is pungas vengono chiamate anche rezzettas, fortalesas, scrittus, contramazzina. In Continente si chiamano scapolari.

La superstizione cammina di pari passo con la fede, e intreccia tradizioni curiose e incrollabili certezze. A Lula quando la siccità divora i campi polverosi invocano Santu Liori, San Gregorio. Non prima di aver posto i piedi della statua del santo a mollo nel fiume o in un bacinella o in un paiolo di rame. E poi si canta:

Abba a terra a sos laores,

A nos dare pizu e perra,

Sos anzones cherent erva,

E nois cherimus pane,

Abba a terra a no nde dare.

Cherimus pane. Ancora oggi. Perché quando il cielo si fa scuro e arriva la tempesta o la siccità spacca la terra ci si affida a qualsiasi forza, fossero dei, demoni o angeli.

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