l’intervista

«L’Italia è ripartita: casa, lavoro e sicurezza» 

Arianna Meloni: sulla giustizia occasione persa, ma FdI e il centrodestra godono di ottima salute 

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L’istinto è quello di sempre. Quello di chi è arrivato da lontano, anni di politica nelle retrovie e adesso, al governo, sa che la base di tutto resta lì: nella presenza nei territori, nel contatto con le persone. Arianna Meloni, responsabile della segreteria politica di Fratelli d’Italia, porta a Cagliari il tour nelle regioni con i dirigenti locali del partito, ma il messaggio per i suoi vuol essere rassicurante: nessun allarme, l’esito del referendum non equivale a un pronostico per le prossime Politiche.

Però di fatto sta già partendo la campagna elettorale: e alla sorella della premier l’istinto politico e l’esperienza suggeriscono che è meglio serrare i ranghi, prima che l’esercizio del potere logori chi ce l’ha. Questo lei naturalmente non lo dice, così come anestetizza elegantemente le domande su alleati nervosi e ministri imprudenti, ed evita il tema del rapporto tra il governo italiano e Donald Trump. Ma le riflessioni espresse in occasione della sua tappa sarda confermano che Meloni guarda con lucidità all’obiettivo principale: FdI non può abdicare alla sua radice popolare. « Per noi è naturale stare in mezzo alla gente e valorizzare le idee che arrivano dal basso», dice infatti, «credo che gli italiani lo abbiano capito».

Qual è l’obiettivo del tour nelle regioni? Com’è lo stato di salute di FdI?

«Non ci chiuderemo mai nei palazzi, FdI è il partito del radicamento, il rapporto con il territorio per noi è fondamentale. In queste settimane abbiamo raccolto molto entusiasmo, ma anche tanti spunti interessanti per l’azione di governo. Dopo tre anni e mezzo di governo cresciamo ancora nel consenso, caso più unico che raro. Questo dice già molto sulla salute del partito che si conferma il primo partito della Nazione, con i sondaggi che ci danno stabilmente al 29%, cioè più di quanto ottennemmo alle urne nel 2022».

E il centrodestra, invece, come sta? La preoccupano le tensioni in FI? Teme operazioni neocentriste?

«Anche la coalizione di governo è in salute. Questo è il secondo esecutivo più longevo della storia della repubblica. E sa perché? Perché non è frutto di un accordo di palazzo, ma di una coalizione che si è riconosciuta in un programma forte e condiviso. E quel programma guida le nostre scelte. Certo, possiamo avere opinioni diverse tra partiti e anche all’interno di uno stesso partito, ma sono dinamiche del tutto naturali. Quando si tratta di decidere per il futuro della Nazione siamo capaci di mettere da parte l’interesse del partito per seguire l’interesse comune».

Qual è, per lei, il miglior risultato ottenuto in questi tre anni e mezzo di governo?

«L’Italia è ripartita, credo che questo sia il più grande risultato. Tre anni e mezzo fa abbiamo trovato una Nazione allo sbando: il rapporto deficit/Pil era all’8%, lo abbiamo portato al 3,1%, lo spread veleggiava su 230 punti base, adesso è stabilmente sotto gli 80. Abbiamo rimesso in ordine i conti e abbiamo sostenuto il lavoro: oggi abbiamo 1,2 milioni di posti di lavoro in più e crescono i contratti stabili. Con il decreto Primo Maggio abbiamo introdotto il principio del salario giusto. E nonostante la fase complessa che viviamo, gravata dai dazi e dai conflitti, l’export è cresciuto. Siamo il quarto paese al mondo che esporta di più, abbiamo superato la Corea del Sud e ce la battiamo con il Giappone. Sono tornati gli investitori stranieri. E siamo diventati un modello a livello europeo: eravamo il fanalino di coda, oggi siamo i primi della classe per l’attuazione del Pnrr, la nona rata sta per essere liquidata. E non si tratta solo di stabilità economica, ma di statura politica: l’Italia è tornata al centro dello scacchiere internazionale. Possiamo dire, al posto che merita».

E che cosa, invece, avreste potuto fare meglio?

«Si può sempre fare meglio. Certo avremmo potuto fare di più se non avessimo dovuto gestire la voragine del Superbonus che ci ha lasciato la sinistra: 174 miliardi di euro, quasi quanto i fondi del Pnrr. Finiremo di pagarlo nel 2027, praticamente a fine legislatura. Sa quanti alloggi avremmo potuto realizzare con 174 miliardi? Un milione e 600mila. Di sicuro avremmo potuto fare meglio, ma ecco cosa senz’altro non faremo: non accumuleremo debiti sulle spalle dei nostri figli. È finita l’era delle mancette elettorali».

Alcuni punti dei programmi elettorali (come il taglio delle accise) non sono stati attuati. Come mai?

«Intanto la legislatura non è ancora finita e le accise le abbiamo comunque ridotte. Ma abbiamo realizzato i tre quarti del programma. Questo è il governo che più di tutti nell’ultimo decennio è intervenuto per abbassare le tasse: con la riforma fiscale, la rimodulazione dell’Irpef, l’innalzamento della flat tax per i lavoratori autonomi, la decontribuzione per l’assunzione di giovani e donne. Senza dimenticare la Zes unica per il Mezzogiorno, che ha permesso di tagliare tasse e burocrazia e ha riportato gli investitori a credere nel Sud. Abbiamo combattuto l’immigrazione illegale, oggi abbiamo il 60% in meno di sbarchi e questo governo ha effettuato 81.000 rimpatri in 3 anni. E sul protocollo Albania, tanto osteggiato dalla sinistra e da una parte della magistratura, l’Europa ci ha dato ragione e molti Stati ci stanno seguendo. Potrei andare avanti, citando le oltre 40mila assunzioni nelle forze dell’ordine e il contrasto al degrado nelle periferie. C’è ancora molto da fare, certo, ma non ci siamo mai tirati indietro e andremo avanti fino all’ultimo giorno».

Il referendum ha acceso un campanello d’allarme per la maggioranza?

«Casomai ci ha portati a spingere sull’acceleratore per portare a compimento gli altri interventi necessari a rendere questa Nazione più moderna, attrattiva e competitiva».

Giorgia Meloni ha detto che le tensioni geopolitiche potranno incidere sulla crescita. È possibile che anche la guerra scatenata da Trump poco prima del voto referendario vi abbia danneggiato?

«Il governo è intervenuto in modo tempestivo per stare al fianco delle famiglie e delle imprese. Attraverso il decreto energia, il taglio al prezzo dei carburanti, tassando le compagnie che invece si arricchiscono con i conflitti, in modo da ricavare risorse per sostenere le fasce più deboli. Giorgia Meloni è stata la prima leader ad andare personalmente nei Paesi del Golfo per assicurare forniture di energia alla nostra Nazione. Ma è innegabile che i conflitti abbiano ripercussioni più ampie rispetto a quello che può fare il governo di un singolo Stato. E la paura è un fattore molto potente su cui fare leva alle urne. Resta una certa amarezza per l’occasione persa sulla riforma della giustizia. Ma non ci siamo mai fermati, siamo andati oltre mettendo a terra il programma per il quale i cittadini ci hanno votati e continuano a darci fiducia».

Quali sono le priorità per la fine della legislatura?

«Ne cito tre: casa, sicurezza, sanità. Non abbiamo abolito la povertà e non regaliamo case, ma abbiamo messo in piedi un imponente Piano Casa: 10 miliardi di euro in 10 anni che renderanno disponibili 100mila alloggi, tra popolari e affitti calmierati. Perché la casa non è un lusso, ma un bene primario. Stiamo affrontando con serietà e determinazione il tema della sicurezza nelle nostre città: con l’ultimo decreto abbiamo introdotto norme più severe contro reati che coinvolgono anche i più giovani. E sulla sanità abbiamo dato un giro di vite: nel 2026 il Fondo Sanitario Nazionale raggiungerà la cifra record di 148 miliardi di euro e abbiamo previsto oltre 7000 assunzioni tra personale medico, infermieristico e tecnico. Molto è stato fatto per abbattere le liste d’attesa: ci sono ancora situazioni non uniformi in Italia, ma oggi l’81% delle visite specialistiche viene erogato nei tempi: abbiamo invertito la tendenza dopo 20 anni».

È vero che il caso Giuli ha dato molto fastidio a FdI?

«È stato soprattutto un caso mediatico, nella misura in cui è stato montato dalla stampa sul chiacchiericcio. Non ci interessa il gossip, siamo abituati a guardare ai risultati».

Come valuta l’operato della Giunta Todde?

«Non spetta a me giudicare l’operato della Giunta Todde, la valuteranno i cittadini sardi e ne trarranno le conseguenze alle urne».

Alle ultime Regionali FdI ha espresso il leader del centrodestra. La prossima volta toccherà ad altri o rivendicherete ancora quel ruolo?

«Non ragioniamo in termini di bandierine da piazzare in questo o quel territorio. Come sempre avvieremo un percorso insieme ai nostri alleati per scegliere il candidato migliore che sia anche il miglior presidente di Regione. A partire da una classe dirigente preparata e radicata sul territorio che già sta lavorando per il futuro della Sardegna».

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