Teheran

Il regime spara ancora sulla folla 

Proseguono le proteste nelle città dell’Iran con migliaia di arresti 

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Teheran. I fuochi al centro delle strade, i canti e gli slogan di “morte a Khamenei” e “lunga vita allo Scià”. Nonostante il blackout di internet e un bilancio di decine di morti e migliaia di arresti, il popolo iraniano non si ferma. E torna in piazza per portare avanti una protesta giunta ormai al suo quattordicesimo giorno, che per numeri e portata non ha precedenti negli ultimi tre anni. Con qualche analista che inizia a parlare di “rivoluzione”. Parola dal forte peso politico e simbolico nella Repubblica islamica nata proprio da una rivoluzione negli anni Settanta, come a sottolineare che “stavolta è diverso”, rispetto alle scorse mobilitazioni. Tanto che il regime ha deciso di alzare la posta minacciando la forca per tutti i rivoltosi in quanto “nemici di Dio”, mentre la Guida Suprema dell'Iran Ali Khamenei ha posto i pasdaran in uno stato di allerta persino più elevato di quello adottato per la guerra dei 12 giorni con Israele, a giugno 2025.

Alta tensione

Misure che se da una parte fanno crescere il timore di una ancora più brutale repressione del dissenso, dall'altra infiammano le tensioni con l'Occidente e in particolare con Washington, da dove il presidente Donald Trump ha ribadito l'invito a «non iniziare a sparare» sui manifestanti. «Altrimenti, inizieremo a sparare anche noi». «Gli Stati Uniti sostengono il coraggioso popolo iraniano», gli ha fatto eco il segretario di Stato Usa Marco Rubio, mentre anche l'Ue ha chiesto di fermare la repressione e la presidente dell'Eurocamera, Roberta Metsola, ha proposto di sanzionare il Corpo delle guardie della rivoluzione.

Caos nelle strade

Ma intanto, dalla Repubblica islamica trapelano, seppure a fatica, le notizie sulle proteste e la repressione in tutto il Paese, da Tabriz a Teheran fino a Shiraz. Il blackout delle comunicazioni internet ormai va avanti da 48 ore. A raggiungere i cittadini sono solo gli sms della polizia che li invitano a non unirsi alle proteste o dare supporto ai dimostranti. Una censura e una propaganda che va di pari passo alle violenze che accompagnano le manifestazioni e la conseguente repressione delle autorità: secondo l'ong Human Rights Activists News Agency, l'ultima notte di proteste avrebbe portato ad almeno 65 il numero delle vittime delle proteste - tra cui 49 civili - mentre gli arresti sarebbero oltre 2.300. Un medico e un assistente sociale di due ospedali in Iran si sono messi in contatto con la Bbc denunciando che le loro strutture sono ormai «sopraffatte» dai feriti. Le testimonianze parlano di caos nella capitale, con atti di violenza sia da parte dei manifestanti sia della polizia.

La tensione è alle stelle: si attendono infatti ulteriori mobilitazioni, spinte anche dagli appelli di Reza Pahlavi, figlio dell'ultimo Scià di Persia, a sfruttare il momento per rovesciare il regime degli ayatollah. «Sono certo che, rendendo la nostra presenza in piazza più concentrata e interrompendo i canali finanziari, rovesceremo la Repubblica Islamica», ha affermato, prima di «invitare i lavoratori dei settori chiave dell'economia ad avviare uno sciopero nazionale».

Il sostegno alla protesta è globale. Ieri a Milano hanno anche bruciato delle immagini dell'Ayatollah Khameini alcuni dei manifestanti che si sono trovati a protestare davanti al consolato iraniano. In scena anche un presidio in piazza Scala a favore di chi manifesta in Iran “per la libertà” a cui hanno partecipato fra gli altri il deputato di FdI Riccardo De Corato e il presidente della Comunità ebraica di Milano Walker Meghnagi.

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