Il personaggio.

«Guidavo i camion a Capo Teulada» 

Enzo Paci sarà ancora questa sera alle 21 al Gavì Ballero di Alghero  

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Tre uomini, un tavolo da poker, trent'anni di amicizia. Sembra la premessa di una commedia leggera, e invece “Le Nostre Donne”, il testo del drammaturgo francese Eric Assous approdato sui palcoscenici italiani con protagonisti Luca Bizzarri, Enzo Paci e Antonio Zavatteri per la regia di Alberto Giusta, si rivela uno specchio sulle fragilità delle relazioni umane, anche quelle che crediamo inscalfibili. In cartellone, dopo le repliche a Carbonia, Olbia, Macomer, Tempio Pausania, ancora oggi ad Alghero. Ne abbiamo parlato con Enzo Paci, 53 anni, genovese.

Le donne non si vedono mai, però in qualche modo la loro ombra aleggia sempre.

«Esatto, le donne vengono raccontate, viene raccontato il rapporto che ognuno di noi ha con il mondo femminile… non ne usciamo proprio vincitori, noi maschi abbiamo ancora da fare un bel po’ di strada. Sono uomini anche un po' goffi, come dice Luca bizzarri, quelli che interpretiamo, e quindi nei rapporti con le donne spesso ognuno dichiara la propria inadeguatezza».

Invece ci sono tre uomini, amici di lunga data sull’orlo di una crisi.

«Certi rapporti si basano su regole non scritte, patti di sangue che poi, quando avvengono certe cose ti trovi a rileggere tutto secondo una nuova luce, il banco salta e sembra che i rapporti diventino più veri. Nell'amicizia si lasciano alle spalle parecchie cose, ci sono sopportazione e perdono come in qualsiasi rapporto d'amore, tant’è vero che Shakespeare usava la parola amore indiscriminatamente per uomini e donne esattamente come Gesù faceva per Giovanni».

L’amore insomma non è nonostante, ma attraverso il difetto?

«Proprio così: l'imperfezione è la nostra firma. Totò se non avesse avuto quel viso così asimmetrico probabilmente non sarebbe diventato Totò. Così questa serata mette in discussione ciò che fino a quel momento era ritenuto accettabile nella relazione d'amicizia, che poi è un meccanismo tipico del teatro: abbiamo un ordine che viene messo a soqquadro da una notizia, quindi subentra un disordine che si cerca di rimettere a posto. Poi uno esce trasformato, o più consapevole della propria miseria».

Lei ha interpretato un altro grande genovese, Paolo Villaggio.

«Interpretarlo, purtroppo per me, non vuol dire esserlo diventato se non per quell'ora e mezza della durata del film, o quei mesi in cui ci ho lavorato. Era un comico che conoscevo bene, sia perché era di Genova, sia perché quelli della mia generazione se lo ricordano con l'età più bella, l’infanzia. Sono cresciuto con Fantozzi, e il fatto che fosse della mia città me lo ha reso ancora più vicino: probabilmente, se oggi faccio l'attore è anche grazie a Paolo».

Televisione, cinema, ma lei continua a fare tanto teatro.

«Il teatro è un fenomeno collettivo di condivisione. Probabilmente noi attori sopravviveremo all'intelligenza artificiale facendo il teatro dal vivo, il contrario non lo so: potrebbe essere che da qui a cinquant’anni sarà tutto creato con l’intelligenza artificiale e questo sarà comunemente accettato, ma credo invece che il teatro continuerà a esistere proprio in virtù di questa sua sacralità, di questa sua ritualità. D’altronde, pare che da qui a vent’anni uno dei lavori più remunerati continuerà a essere l’idraulico..».

È da tanto che viene nella nostra Isola?

«Da quando ero militare. Io guidavo i camion, niente di impegnativo, ma mi ricordo che andavamo a Capo Teulada e si sparava con questi obici giganteschi e dentro me dicevo: ma una terra così bella, e noi spariamo? A un certo punto sul mare comparve una barca a vela, mi ricordo questo colonnello con una erre moscia imbarazzante gridare “is dangerous”. Una scena surreale».

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