Proviamo a immaginare Campidano e Trexenta senza più campi di grano, Tonara, Aritzo e Desulo senza castagni, noci e noccioli, Sarrabus e Gerrei privi di oliveti, che magari saranno floridi a Fonni: scenari inquietanti ma, purtroppo, non impossibili. Ondate di calore sempre più lunghe, senza la tregua di un refrigerio, temperature elevate anche nelle ore serali e notturne, rischio di incendi per più mesi all’anno: il nuovo clima con cui, nostro malgrado, anche noi sardi stiamo facendo i conti nella nostra quotidianità sta trasformando la vegetazione dell’isola, le colture, la vita degli animali.
Montagne e zone umide
Le piante che crescono sulle vette più alte (dal Lotus alpinus al ribes sardo), dove prima trovavano «temperature medie invernali di 10-12 gradi e riserve di neve per tre/quattro settimane all’anno», spiega Emanuele Farris, docente di Botanica ambientale all’Università di Sassari, ora trovano caldo e «non hanno più altitudini da scalare». Centinaia di metri più in basso patiscono le specie delle zone umide, che si sono stabilite attorno a sorgenti e torrenti: le alte temperature accelerano l’evaporazione, i corsi d’acqua sono in secca e l’ambiente finora propizio è diventato inospitale.
Farris invita a visualizzare l’immagine di una scala: «Sono i piani fitoclimatici», spiega. «Il gradino più basso rappresenta la parte di territorio che si trova fra il livello del mare e i 200 metri d’altitudine: è la fascia del ginepro. Il gradino successivo, quello dai 200 ai 400 metri, è quello dell’olivastro. Il successivo è quello del leccio. Il quarto è quello della roverella. Col prolungamento della stagione calda e l’innalzamento drastico delle temperature le varie specie tendono a salire di un gradino alla ricerca di condizioni climatiche più adatte alla loro sopravvivenza». Conseguenze? «Probabilmente avremo una riduzione delle specie che d’inverno perdono le foglie e un’espansione di quelle sempreverdi: più ginepri e palme nane, meno carpini neri e tassi, gli alberi dei bellissimi boschi del Sarcidano e della Barbagia». Inevitabili le ricadute sulla vita degli umani: «Tante comunità che ruotano attorno alla silvicoltura, pensiamo a Tonara, Aritzo e Desulo e al loro rapporto col castagno, il noce e il nocciolo, potranno avere delle difficoltà. Idem quelle che, più a valle, si dedicano alla coltivazione dell’olivo: questo, magari, lo vedremo crescere a Fonni».
Agricoltura e allevamento
Produzioni agricole e allevamenti non sono immuni: «Il punto – avverte Marco Dettori, dirigente Agris, massimo esperto della valorizzazione delle biodiversità e del miglioramento genetico delle colture estensive – non sono solo le ondate di calore ma l’estrema variabilità delle condizioni climatiche: inverni, come l’ultimo, molto piovosi cui seguono subito estate caldissime, con tendenza a fenomeni estremi». Tradotto: precipitazioni intense, grandinate violente, cicloni. I risultati li snocciola Coldiretti: campi di angurie, meloni e patate in sofferenza, pomodori “cotti” dal sole direttamente sulla pianta, agrumi che cadono anzitempo, vendemmia anticipata anche di due settimane, apicoltura in crisi, problemi in alcuni comparti olivicoli. «La professionalità degli allevatori e le misure adottate nelle aziende – evidenzia il presidente regionale dell’organizzazione di categoria, Battista Cualbu – hanno consentito di contenere le conseguenze più pesanti ma alcune difficoltà si rifletteranno nel tempo. Potremmo registrare un ritardo nelle nascite degli agnelli».
Infine, non ultima, c’è la questione del grano duro: «È la più essenziale delle colture per l’alimentazione umana», ricorda Dettori. Codiretti denuncia rese molto basse, «in alcuni casi 20-25 quintali per ettaro». L’agronomo, che giura di non essere un catastrofista, sospira: «Andando avanti così, coltivarlo in Sardegna potrebbe diventare più complicato: rischiamo di veder aumentare la nostra dipendenza dall’estero o addirittura di veder messa in discussione la nostra sicurezza alimentare». Dettori nel frattempo lavora: «A Ussana ci occupiamo di sperimentazione agronomica e di miglioramento genetico». Dalle varietà storiche di grano potrebbe essere isolato qualche genotipo che può aiutare a ricavare una nuova varietà più adatta al nuovo clima. È una speranza.
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