Potrebbero conoscere già oggi il loro futuro, i lavoratori della Ceramica Mediterranea di Guspini. Il giudice si pronuncerà con una decisione destinata ad aprire nuovi scenari per il centinaio di dipendenti della CerMed e per i lavoratori dell’indotto. «La decisione però potrebbe anche slittare ad altra data», avvisano le sigle sindacali, ma gli scenari che possono proiettarsi sono sostanzialmente due: l’accoglimento dell’istanza di fallimento, con la conseguente dichiarazione di liquidazione giudiziale, oppure il ritiro dell’istanza e il tentativo di proseguire l’attività. Ma con quali soldi? E quali sarebbero i tempi? E i danni per i lavoratori? Sono le domande che tutti si pongono. Poche, tuttavia, le risposte.
Col fiato sospeso
Qualche giorno fa è stata convocata una videoconferenza urgente tra le sigle sindacali Cgil, Cisl e Uil, i rappresentanti dell’azienda e Confindustria. Ai tanti convocati sono state prospettate opzioni tutt’altro che rosee. «Si saprà qualcosa sul futuro dell’azienda questa settimana», afferma speranzoso Lorenzo Mallica della Cisl. Lo stesso Mallica fa presente che, «per il momento il giudice ha chiuso il concordato e quindi l’azienda non ha più le misure protettive». Una situazione che fa precipitare ancora di più nell’incertezza i dipendenti. Già oggi potrebbe arrivare un verdetto, ma è possibile che la decisione venga posticipata di qualche giorno, perché, «altri due grossi fornitori hanno chiesto un’istanza di fallimento. Aspettiamo e vediamo cosa succede», spiegano i sindacati.
L’istanza rigettata
Emanuele Madeddu, della Cgil, fa sapere che il piano industriale è stato depositato, ma per poterlo attivare l’azienda ha chiesto un’ulteriore proroga di 60 giorni. «Come è successo in precedenza, il giudice non ha concesso la proroga, quindi il concordato risulta rigettato». Madeddu aggiunge che «non avendo più misure protettive, ora noi auspichiamo che ci sia un arco temporale ampio per scongiurare il fallimento: uno scenario che complicherebbe ampiamente la situazione sotto tutti i punti di vista». Mallica ci tiene a chiarire un aspetto che reputa «fondamentale»: «Stiamo cercando di fare il possibile per tutelare i lavoratori e l’azienda nel trovare soluzioni per salvaguardare la nostra fabbrica, ma chiaramente non l’imprenditore, che ci ha portato allo stremo. Servirebbe un cambio ai vertici».
I turni coperti
Con la produzione completamente ferma, la fabbrica è presidiata da alcuni lavoratori che svolgono attività di vigilanza nell’arco delle 24 ore, comprendendo tutti e tre i turni. Inoltre, qualcuno è operativo negli uffici per occuparsi delle buste paga e, una o due volte alla settimana, a seconda delle richieste, alcuni dipendenti si occupano delle spedizioni della merce. Dal punto di vista della previdenza, «il pagamento della cassa integrazione risulta quasi regolare», comunica Mallica. Resta però l’incertezza per i mesi di gennaio e febbraio. «Per gennaio e febbraio la richiesta è stata bocciata e l’azienda ha presentato un ricorso all’Inps, che lo ha respinto. A quel punto è stato presentato ricorso al Tar, che non si è ancora pronunciato».
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