A Rosemburgo tutto è rosa, i palazzi, le strade, le pere, perfino gli abitanti, che sono tutti tirannosauri, ma rosa dalla testa alle zampe. Anche Rosalba è una tirannosaura rosa. Rosa come il castello in cui vive, come il suo immenso giardino coltivato a rose rosa, come le strade, gli alberi, e i fiumi di Rosemburgo, la cittadina su cui regna. La passione della sovrana per il rosa è tale che tutti i neonati del suo mondo, da verdognoli che sono, vengono tinti di rosa alla nascita tramite un morsetto affibbiato dalla sovrana stessa. Uno strilletto e in pochi minuti tutto è di nuovo rosa omogeneo, senza distinzioni. Immergersi nell’universo di Rosalba vuol dire anche fare i conti con un lessico pensato per tingere di rosa anche il pensiero dei suoi sudditi. È così che i gendarmi diventano “rosarmi”, che il “rosa rosemburgensis” colora ogni cosa si trovi nel territorio di Rosemburgo e che in città circolano solamente nomi come Rosaria, Rosetta e Rosamunda e che il dottor Rosario Rosiello sfrutta le sue abilità di ottico per ideare delle lenti speciali capaci di annullare ogni differenza cromatica.

Tutto deciso, tutto stabilito, tutto uguale, tutto all’apparenza immodificabile…oppure no? Un giorno, o meglio una sera, accade però un fatto irreparabile: senza rendersene conto Rosalba morde la chiappetta sbagliata di una saurina appena venuta alla luce e il suo colore, anziché diventare di un rosa identico a quello di tutti gli altri, assume una tonalità leggermente differente, di cui nessuno si accorge sul momento. Nessuno tranne i suoi genitori, ovviamente, che si guardano bene dal dire qualcosa. È così che la sauretta, non a caso detta Violetta, cresce diversa da tutto ciò che la circonda, cercando faticosamente di camuffarsi e di non rivelare a nessuno il suo segreto.

È questo l’avvio di La tirannosaura rosa (Caissa Italia, 2026, pp. 58) scritto da Alessandro Niero, illustrato da Emanuele Benetti e realizzato con testo ad alta leggibilità per venire incontro alle esigenze di tutti, ma proprio di tutti. Racconto ironico e pieno di immaginazione, “La tirannosaura rosa” vuole essere una riflessione non banale, ma alla portata dei più piccoli e delle più piccole, su cosa significhi vivere in una dimensione totalitaria, dominata da un pensiero unico.

Come ha detto l’autore, Alessando Niero, presentando il libro: «Ho scritto questa storia oltre 15 anni fa, prendendo spunto da un sogno di mia figlia, che all’epoca era una bambina. Io insegno letteratura russa, che spesso ha trattato di come la dimensione totalitaria influenzi una mono-visione del pensiero. Anche se inizialmente il libro non aveva questo intento, mi sono poi accorto che il mondo tutto rosa di Rosalba era una perfetta metafora di come il potere possa spingere le persone ad adottare un’unica visione del mondo».

In un universo monocromatico come quello immaginato nel volume di Niero non deve stupire, come scritto nel libro, che «Violetta, con gli anni, avesse sviluppato un carattere un po’ difficile. Le davano della scontROSA, della rancoROSA. Dicevano che era poco caloROSA, poco premuROSA, poco amoROSA». Tutto questo “ROSA” la fa intristire un bel po’. Fino a quando non fa una scoperta che le apre gli occhi e comincia a non vergognarsi più della sua pelle. Anzi, ne diventa perfino orgogliosa tanto che inizia a sfoggiare qualche macchiolina viola qua e là, sprezzante del pericolo in cui si mette. Quando inevitabilmente la vera natura di Violetta viene a galla, ecco che i tempi si faranno maturi per una rivoluzione… coloratissima. Quando Violetta si rende conto dell’esistenza dei colori, ecco che anche le parole riflettono la bellezza della varietà: così il bianco immacolato sprigiona luce, il rosso caldo e intenso pare ribollire, e ogni colore sembra avere una voce tutta sua.

Attraverso acrobazie linguistiche, nomi parlanti e spassose soluzioni narrative, Niero sfoggia una scrittura fantasiosa e ricca di sfumature ispitata al suo lavoro di poeta e traduttore: «C’è un detto in Russia che si può tradurre come ‘vedere il mondo attraverso lenti rosa’ che si usa per indicare un modo edulcorato e idealizzato di percepire quel che avviene attorno a noi. Il mio mestiere mi porta naturalmente a sostare sulla componente linguistica e mi sono ispirato a questo modo di dire per divertirmi a giocare con le parole e il colore nel testo». Un gioco, quello di Niero, che sgretola la visione totalitaria della monarca e svela la bellezza di una realtà che è ormai impossibile tenere nascosta. La saurina, che proprio non ne vuole più sapere di tingere la sua pelle della nuance “femminile” per eccellenza, grazie alla sua ribellione dimostra che le diversità e le unicità vanno preservate, semplicemente perché non esiste un colore che possa andare bene per tutti.

© Riproduzione riservata