I popoli al centro della storia
Nel saggio di Dario Fabbri una riflessione su come l’umanità abbia creato il nostro tempoPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
La grande illusione del nostro tempo, anzi la grande illusione che ha incantato buona parte di noi europei fino a qualche anno fa si riassumeva in una semplice postulato: “La storia è finita”. Corollari di questo postulato, impossibile da dimostrare e per questo ancora più vero, erano certezze di come il sapere fosse già stato tutto codificato e che esistesse un solo modo legittimo di interpretare il corso degli eventi. Naturalmente al centro di questa concezione vi era e vi è la consapevolezza che punto di arrivo dell’evoluzione umana sia la civiltà occidentale con il suo apparato di leggi, diritti, libertà. Un'altra consapevolezza incrollabile, viva più che mai è che tutti gli esseri umani aspirino a un modello di vita di tipo occidentale e siano pronti a combattere contro il tiranno di turno per diventare in tutto e per tutto come noi.
Peccato che semplificazioni di questo tipo, molto confortanti per l’ego occidentale, non ci siano utili per decifrare quello che sta accadendo attorno a noi. Non siano neppure sufficienti a cogliere la complessità di un pianeta, il nostro, abitato da più di otto miliardi di persone, in grande maggioranza totalmente estranee alle tradizioni, alla cultura, ai sistemi di governo e di potere imperanti in Europa, Stati Uniti e in poche altre parti del mondo.
A raccontarcelo, con piglio narrativo dotato di enorme potere evocativo, è Dario Fabbri, uno dei massimi esperti nostrani di geopolitica e direttore della rivista Domino. Lo fa nel suo ultimo saggio intitolato Il destino dei popoli (Gribaudo, 2025, pp. 176, anche e-book) in cui ci racconta come l’umanità abbia fatto la storia e creato il nostro tempo. E lo abbia fatto in modo che sfugge a ogni tipo di analisi basata su dogmi, certezze inamovibili, tentativi di semplificazioni basati sull’idea che siano i leader, l’economia oppure i poteri forti a tenere in mano le redini del procedere umano.
Dario Fabbri ci offre, infatti, uno sguardo diverso, più aperto, una geopolitica intessuta di discipline quali l’antropologia e la psicologia collettiva, sorretta da profondità storica, etnografia e linguistica così da mostrarci come le discipline umanistiche siano e restino scuole di pensiero, destinate a essere superate, riformate, reinventate. Se davvero gli strumenti che conosciamo bastassero, non saremmo così sorpresi da ciò che accade nel mondo. La geopolitica umana nasce da questa consapevolezza. Dal rifiuto per le narrazioni lineari, per i dogmi cristallizzati. Non sono i leader, non sono i maître à penser, non sono le élite economico-finanziarie a scrivere la storia, le storie, ma i popoli in movimento: le loro paure, i desideri, le ambizioni. Attraverso quei sentimenti nel corso dei secoli i popoli hanno creato altri popoli, le radici del parlato, le lingue, le religioni, il mito, le idee. Fino a comporre il nostro presente. Perché le collettività, anche quando non sanno ancora raccontarsi, sono già all’opera.
In questo nuovo libro Dario Fabbri ci suggerisce di osservare i popoli mentre costruiscono il loro destino. E quello degli altri.
