Una generazione che si affacciava ai trent'anni con più domande che certezze, cresciuta tra l'ottimismo degli anni Novanta e la disillusione della crisi economica, tra lavori precari, partenze rimandate, percorsi all’improvviso tortuosi e repentini cambi di rotta in un mondo che non si era mai trasformato così velocemente. Con “La fine dei vent'anni”, il disco d'esordio che nel 2016, anno d’oro dell’indie italiano, conquistò la Targa Tenco come miglior opera prima, Motta seppe trasformare le inquietudini private in un racconto collettivo. E oggi che quelle canzoni continuano a parlare a tanti, il cantautore toscano, 39 anni, ospite stasera alle 23 al Marina Café Noir di Elmas, le riporta in tour in tutta Italia e cura la pubblicazione di una nuova edizione espansa, un’occasione per tutti quelli che le hanno amate di guardarsi indietro e contare i passi fatti. Senza alcuna nostalgia e anzi, nel pieno della lavorazione di un nuovo album.
Dieci anni da “La fine dei vent’anni”, un titolo diventato generazionale. Col senno di poi, è stata davvero una fine o piuttosto un inizio?
«No no, era proprio la fine dei vent’anni, anche se raccontarla in quel modo me l'ha fatta vivere meglio. Oggi che sono alla fine dei trent’anni se ripenso a quei problemi provo una grande tenerezza rispetto a tutto quello che arriva dopo nella vita: ci sono cambiamenti più grandi, hai meno paura di sbagliare ma anche molte più possibilità di farlo. È sempre un casino, semplicemente un casino diverso».
Che rapporto ha con quel disco?
«Ci ho messo l'anima assieme a Riccardo Sinigallia ma quando l’abbiamo finito ci sentivamo soddisfatti, anzi in pace con noi stessi. È un disco in cui ho creduto allora e in cui credo ancora oggi. Sono contento di riportarlo in giro e pure con il rullante della batteria».
Come vede i ventenni di oggi?
«Me lo chiedono spesso ma mi sento in un'età in cui non ho la stanchezza di mettermi seduto a giudicare e tanto meno di dare consigli a qualcuno. Di certo vedo che ci sono questioni diverse rispetto a prima e altre cose che invece non sono per nulla cambiate».
Ad esempio cos'è cambiato?
«Parlo di quello che so fare meglio: musica. Quando ho iniziato c'erano più locali, più spazi, tante alternative live rispetto ai talent».
Nel 2019 ha portato a Sanremo “Dov'è l'Italia”, che parlava di un Paese smarrito.
«Una canzone che nacque dal racconto di un pescatore di Lampedusa. Mi disse che una notte, mentre pescava in mezzo al mare, nel buio aveva sentito delle persone su una barca urlare: “Dov'è l'Italia?”. Era una storia così forte che sentii il bisogno di farmene portavoce. Ma purtroppo chi non vuole sentire continua a non sentire».
A distanza di anni ha trovato una risposta a quella domanda?
«No ma non mi sento più stanco o disincantato: ho molto più coraggio nel portare avanti le mie idee e nel lanciare messaggi politici senza compromessi».
A proposito della polemica nata dalle parole di Francesco De Gregori su slogan e proclami sul palco, lei che ne pensa?
«Mi sembra che ci si aggrappi a polemiche inutili che fanno guardare il dito invece della luna. Si usano queste discussioni per evitare il problema principale».
Che momento è per Motta? Di bilanci, ricerca o nuove partenze?
«Sto vivendo un momento molto positivo. Sono tre anni e mezzo che lavoro al nuovo disco e finalmente ho il tempo di lasciar sedimentare tutto, guardarlo con lucidità e senza l'acqua alla gola. Mi sto anche divertendo molto».
Ha suonato spesso in Sardegna.
«Sì, anche se è difficile venire con tutta la band e vorrei tornare molto di più. Uno dei primi festival però l’ho fatto proprio qui, vicino a Buggerru, e resta uno dei ricordi più belli».
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