Sono quasi 3.000 i migranti ospitati nei centri di accoglienza in Sardegna. Un numero in costante aumento negli ultimi anni, come testimoniano i report del Ministro dell’Interno. Un anno fa, sempre nel periodo di giugno, erano circa 2.600, mentre fino al 2022 non superavano nemmeno quota mille. Una crescita che mette in difficoltà i vari centri, compreso quello nell’ex scuola penitenziaria di Monastir che da meno di una settimana è diventato un Hotspot con tutte le difficoltà del caso per la gestione.
Le differenze
Prima del decreto, la struttura era un Cpa, ovvero un centro di prima accoglienza, dove generalmente i migranti sono già identificati, divisi per categorie e possono uscire a piacimento. Le regole, invece, sono sostanzialmente diverse per quanto riguarda gli Hotspot. Si tratta di aree designate e si trovano normalmente in prossimità di un luogo di sbarco. Nel caso di Monastir vengono portati tutti quelli che arrivano nel sud Sardegna: circa un migliaio dall’inizio dell’anno e 150 solo a giugno, in particolare nelle zone di Teulada e Sant’Antioco. Una volta sbarcati in sicurezza, le persone in ingresso sono sottoposte ad accertamenti medici, ricevono una prima assistenza e l’informativa sulla normativa in materia di immigrazione e asilo. Vengono successivamente controllate, pre-identificate e foto-segnalate, dopo essere state informate sulla loro attuale condizione di persone irregolari e sulle possibilità di richiedere la protezione internazionale. Nell’attesa – generalmente 48 ore – non possono uscire prima di aver completato tutte le procedure. Questo però non avviene a Monastir, come segnalano i sindacati delle forze dell’ordine. Gli agenti raccontano che scappano, scavalcando le mura della struttura, sfruttando il buio. In diversi si sarebbero dati alla fuga poche ore dopo il loro arrivo e prima ancora di essere identificati
Le proteste
Il cambio di regole aveva fatto discutere fin dai primissimi giorni. L’aggressione al carabiniere ha riacceso ulteriormente le polemiche. «L’aggressione subita rappresenta purtroppo un episodio che non può essere considerato imprevedibile», si legge nella nota del Siap (il Sindacato italiano appartenenti Polizia), che esprime piena solidarietà al militare e rivolge i migliori auguri di pronta guarigione. «Avevamo già denunciato», prosegue, «sin dalle prime fasi di attivazione dell’Hotspot di Monastir, una serie di gravi criticità organizzative, logistiche e operative, chiedendo un immediato intervento del questore di Cagliari e della nostra segreteria nazionale, che si è responsabilmente attivata presso il Dipartimento della Pubblica Sicurezza. Ciò che maggiormente preoccupa è che una struttura così delicata e complessa sia stata avviata senza alcun confronto preventivo con le organizzazioni sindacali che rappresentano il personale chiamato quotidianamente a operare sul campo. Un coinvolgimento che sarebbe stato fondamentale per valutare modalità di impiego, livelli di sicurezza e sostenibilità dell’intero dispositivo».
La richiesta
Il sindacato, oltre a ricordare «la cronica carenza di personale che interessa la Questura di Cagliari e gli uffici della provincia», ha comunicato di aver inviato una nota al prefetto di Cagliari, Paola Dessì, per chiedere «un immediato interessamento istituzionale affinché, nell’ambito delle proprie prerogative e delle funzioni di coordinamento in materia di ordine e sicurezza pubblica, venga attentamente valutata la situazione esistente presso la struttura e siano promosse tutte le iniziative necessarie a tutela degli operatori impegnati nell’Hotspot». Solo pochi giorni fa, lo stesso prefetto aveva aperto a un confronto con i sindacati: «Siamo sempre disponibili. Il grande impegno delle forze di polizia è da me costantemente monitorato». «Ci stiamo organizzando per la vigilanza che, però, non è mai affidata a una singola pattuglia ed è sempre stata nelle 24 ore», aveva invece annunciato il questore, Rosanna Lavezzaro. Il Siap però ribadisce: «Non siamo più di fronte a un ordinario servizio di vigilanza. Siamo davanti a una situazione ad alta tensione, una vera e propria polveriera. Non possiamo aspettare che si verifichi un evento ancora più grave».
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