L’intervista.

Pulga: «La linea verde rossoblù mi piace» 

Giocatore con Ranieri e tecnico ai tempi di Cellino apprezza il lavoro di Pisacane 
Cagliari headcoach Ivo Pulga during the serie A match Cagliari vs Bologna at Is Arenas stadium in Quartu S.Elena, Italy, 21 October 2012. Ivo Pulga allenatore del Cagliari duranre la partita del campionato di serie A allo stadio IS Arenas di Quartu Sant'Eelena (Cagliari), oggi 21 Ottobre 2012. ANSA/SALVATORE MOI
Cagliari headcoach Ivo Pulga during the serie A match Cagliari vs Bologna at Is Arenas stadium in Quartu S.Elena, Italy, 21 October 2012. Ivo Pulga allenatore del Cagliari duranre la partita del campionato di serie A allo stadio IS Arenas di Quartu Sant'Eelena (Cagliari), oggi 21 Ottobre 2012. ANSA/SALVATORE MOI
Cagliari headcoach Ivo Pulga during the serie A match Cagliari vs Bologna at Is Arenas stadium in Quartu S.Elena, Italy, 21 October 2012. Ivo Pulga allenatore del Cagliari duranre la partita del campionato di serie A allo stadio IS Arenas di Quartu Sant'Eelena (Cagliari), oggi 21 Ottobre 2012. ANSA/SALVATORE MOI

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A Modena fa caldo come a Cagliari. Ma il ricordo di Ivo Pulga va subito al calore di una piazza che, tra la fine degli Anni Ottanta e il 1991 spinse una squadra di giovanissimi a centrare due promozioni di fila dalla Serie C alla Serie A e una salvezza leggendaria con Claudio Ranieri in panchina. Era l’era della presidenza di Tonino Orrù e del direttore sportivo Carmine Longo. Erano gli Anni del Napoli di Maradona e del Milan di Sacchi. L’Italia passava da un pentapartito a un altro con il primo (e unico) Governo De Mita agli ultimi due (su sette) di Giulio Andreotti. Sulla Sardegna soffiava l’ultimo refolo del grande vento sardista grazie all’egida di Mario Melis, prima della stabilizzazione centrista con l’avvento alla presidenza della Regione del democristiano Mariolino Floris. Erano tempi di rivoluzioni e conflitti: a Pechino ci fu la rivolta di Piazza Tienanmen, a Berlino cadde il Muro, si scatenò la Guerra del Golfo, in Russia venne deposto Michail Gorbaciov e, al largo di Livorno si registrò il disastro della Moby Prince. Tutto questo mentre in Sardegna il gruppo forse più amato dopo lo scudetto faceva faville. A 62 anni, portati con eleganza, Ivo Pulga non è più nei radar del calcio che conta: «Se non hai il procuratore, non ti chiama nessuno».

Come passa le giornate?

«Da un po’ di tempo a questa parte lavoro in campagna con un amico».

E il calcio?

«Guardo partite in Tv, mi tengo aggiornato. Ma dopo la salvezza ottenuta a Brescia, dove mi chiamò Massimo Cellino, nessuno mi ha più cercato».

I procuratori sono davvero il male del calcio?

«È una vergogna: se non ce l’hai, non lavori. Non va bene, spero che cambi qualcosa al più presto».

Perché lei non ce l’ha?

«Per principio. Un allenatore deve essere giudicato per il calcio che riesce a proporre sul campo e per i risultati che ottiene con la sua squadra. Purtroppo non è un sistema che riconosce il merito».

Neanche da giocatore ha ritenuto di doversi affidare a una figura di raccordo?

«Da giocatore ce l'avevo: il mio procuratore era Augusto Carpeggiani».

Da allenatore ha salvato il Cagliari per due volte, una assieme a Lopez.

«Sì, tra l’altro trovo molte affinità tra quelle squadre, formate da giovani, e la gestione di Fabio Pisacane».

Un tecnico cresciuto e lanciato dal club, come è capitato a lei.

«Il Cagliari deve fare così. Se chiama un allenatore già affermato, il rischio è che costi molto e che non abbia “fame”. È accaduto anche in tempi recenti, dopo la mia ultima stagione in rossoblù, o sbaglio?».

L’obiettivo del Cagliari?

«Sempre lo stesso: valorizzare i giovani e cercare di raggiungere una salvezza possibilmente senza affanni».

Di più no?

«Se arrivassero, come a Como, imprenditori in grado di spendere decine se non centinaia di milioni di euro, chissà. Ma una società seppur solida come quella di Tommaso Giulini non credo possa ambire a traguardi diversi dalla salvezza».

Carletto Mazzone però riuscì nel miracolo.

«Sì, ma erano altri tempi. Gli stranieri erano solo tre e i giocatori erano molto più forti».

Il livello è davvero così infimo?

«Il livello è basso in tutte le categorie. Abitando nella zona di Modena ho visto tutta la Serie B: uno scandalo. E la stessa sensazione mi rimane quando vado a vedere qualche match di Serie C. Ma, lo dico con rammarico, anche in A c’è gente che negli Anni Novanta non avrebbe visto neppure l’antistadio. C’è grande forza fisica, ma l’aspetto tecnico non è più curato come una volta. Non ci sono più i giocatori che dribblano, manca la figura del fantasista. Di che cosa ci lamentiamo se poi l’Italia viene esclusa dai Mondiali da due edizioni?».

Un altro problema del calcio italiano sono le infrastrutture.

«Sì, gli stadi sono fatiscenti un po’ ovunque».

Il “suo” Sant’Elia è un rudere.

«Già per i Mondiali del 1990 fecero dei lavori parziali e coprirono solo una parte della tribuna centrale. Era uno stadio vecchio fin da allora. Ora vorrebbero ricostruirlo, so che il progetto è a buon punto, ma quando c’è di mezzo la politica non si sa mai come va a finire».

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