L’università italiana è afflitta da troppi anni da inefficienze, carenze di fondi, “baronaggi” e nepotismi vari che le impediscono di essere al passo coi tempi. Soprattutto, non sembra più in grado di garantire lavoro, profitto e un adeguato miglioramento sociale ai più giovani.

Si spiegano anche così i dati forniti annualmente da Eurostat che parlano di un’Italia agli ultimi posti nell’ambito dell’Unione europea per quanto riguarda i laureati di ultima generazione. Nel Belpaese, infatti, circa il 31% delle persone tra i 25 e i 34 anni possiede una laurea contro una media europea di circa il 44%.

Certo, laurearsi non è tutto e può essere la panacea di tutti i mali italici. Questa crisi profonda del sistema universitario, però ha come conseguenza il progressivo impoverimento culturale e professionale del nostro Paese.

Apre le porte a un futuro dove ci saranno sempre meno italiani qualificati e preparati per lavori d’élite e rischia di trasformare l’Italia in una riserva di forza lavoro dequalificata o poco competente e preparata. Una forza lavoro destinata a essere sottopagata.

Il dibattito sull’università italiana, però, ruota da anni intorno a soli due nodi: il finanziamento e la razionalizzazione del sistema. Ma davvero più fondi e meno atenei basterebbero a risolverne i problemi?

Luca Solari, professore di Organizzazione aziendale all’Università di Milano, nel volume "Università senza futuro” (Guerini e Associati, 2025, Euro 18,50, pp. 152. Anche Ebook) ribalta la prospettiva e porta lo sguardo al cuore dell’istituzione, dove modelli organizzativi formali e informali generano equilibri fragili e poco dinamici, destinati a perpetuare i limiti del sistema.

L’università appare così come l’ultima vestigia dell’Ancien Régime: più resistente al cambiamento persino della Chiesa e dell’Esercito. Il risultato è un’inerzia che impedisce al Paese di trasformare il proprio tessuto culturale, sociale ed economico, condannandolo a inseguire il futuro invece di costruirlo.

Purtroppo, appare chiaro come non ci sia a livello politico, ma neppure di società civile, la giusta attenzione al problema. Si favoleggiano riforme senza però prendere coscienza degli obbiettivi che si devono raggiungere. Primo fra tutti restituire all’università il ruolo di scuola capace di garantire un grado di preparazione di altissimo livello.

Oggi troppo spesso le università assomigliano a diplomifici o a luoghi di “parcheggio” per giovani in cerca d’ingresso nel mondo del lavoro. Mondo del lavoro che deve essere finalmente coinvolto nel sistema universitario.

Ci deve essere, infatti, dialogo continuo tra aziende, imprese, pubblica amministrazione e università così da garantire agli studenti un percorso di studi non solo teorico, ma adatto alle esigenze pratiche del mondo moderno.

Nostro modesto parere: affianchiamo, come si è già fatto in Svizzera e in Germania, agli atenei tradizionali le università professionali. Università dove oltre al bagaglio culturale ci si qualifica e ci si prepara per svolgere una professione o un mestiere, avendo un diretto contatto con la realtà lavorativa e imprenditoriale del territorio.

Cerchiamo, insomma, soluzioni nuove per problemi antichi invece di rimpiangere solo il buon tempo andato quando il mitico “pezzo di carta” risolveva tutto! Perché, come dimostra il libro di Luca Solari senza una riforma radicale della governance universitaria nessun investimento straordinario – neppure quelli del PNRR – potrà davvero incidere.

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