1918: l’Europa è sconvolta dalla Prima guerra mondiale. In Russia si è appena avviata la Rivoluzione comunista e il Paese è in subbuglio, diviso tra i sostenitori del cambiamento e coloro che vogliono conservare i retaggi della tradizione. Allora come oggi l’Ucraina è terra di scontri, di lotte tra nazionalisti, che desiderano uno Stato ucraino indipendente, e coloro che invece vogliono rimanere agganciati al grande vicino, la Russia, che si sta trasfromando in un laboratorio della rivoluzione comunista. In questo universo in subbuglio i tanti ebrei che abitano le regioni del vecchio impero degli Zar si interrogano sul proprio destino. Sotto il dominio russo le comunità ebraiche hanno conosciuto discriminazioni, violenze, pogrom. Quale destino attende gli ebrei con il cambiamento in atto? Si può dare fiducia alle promesse dei bolscevichi oppure bisogna seguire la strada indicata dai sionisti, che mirano a creare in Palestina uno Stato ebraico in quella che per tradizione è sempre stata considerata la Terra promessa?

In quel 1918 carico di insicurezze, ma anche di promesse e aspettative lo scrittore ebreo Kalman Zingman provò a immaginare un destino diverso per il popolo ebraico, ma anche per gli altri popoli che abitavano le terre ucraine. Un destino fatto di pace, collaborazione, accettazione e condivisione. Un destino fatalmente utopico che trovò la sua espressione concreta nel racconto lungo Nella futura città di Edenia (Bibliotheka, 2026, Euro 14,00, pp. 120. Anche Ebook), tradotto per la prima volta in italiano dall’yiddish da Stefania Ragaù. Edenia è una immaginaria ed utopica città del futuro, tecnologicamente avanzata, dotata di grattacieli e aerotreni volanti, dal clima regolato artificialmente a seconda delle stagioni, tanto che non si sente il caldo d’estate e non servono neppure i cappotti d’inverno.

la copertina del libro (foto concessa)

Nel futuro immaginato dall’autore, che ambientò il suo racconto nel 1943, i popoli di questa terra immaginaria sembrano aver raggiunto una pace perpetua e duratura e persino in Palestina, dove questa utopia ha sviluppato una vivace civiltà ebraica secolare, arabi ed ebrei vivono tranquillamente gli uni accanto agli altri. Insomma, la pace regna perpetua e i conflitti sono inesistenti. Ma l’utopia quanto durerà? Soprattutto è possibile una utopia che non solo si realizzi, ma resista nel tempo?

Non vogliamo rispondere a queste domande per non svelare il finale, decisamente sorprendente, del lungo racconto di Kalman Zingman. Ci limitiamo a sottolineare l’attualità di Nella futura città di Edenia, testo scritto più di un secolo fa, ma incredibilmente al passo con i nostri tempi nel suo denunciare i pericoli del nazionalismo, della contrapposizione perenne fra persone, popoli e culture. Zingman di fronte alle difficoltà nel trovare una sintesi che impedisse il riaccendersi degli odi e delle divisioni scelse di rifugiarsi in una utopia futurista che forse sentiva in qualche modo augurabile. Ma noi, uomini e donne di un secolo dopo, possiamo ancora nasconderci in qualche modo nell’utopia? Probabilmente no.

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