La lezione dell’indipendentismo di Scozia e Galles
Le forze autonomiste hanno vinto le elezioni nei due stati britannici perché hanno saputo intercettare le esigenze della gente unendo le rivendicazioni territoriali con l’europeismoPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Le elezioni in Scozia e Galles hanno segnato uno dei momenti più delicati per l’assetto politico del Regno Unito dalla Brexit in poi e potrebbero rappresentare anche un punto di riferimento per le aspirazioni indipendentiste e autonomiste di altre regioni. A Edimburgo ha vinto ancora una volta lo Scottish National Party, mentre in Galles il partito nazionalista Plaid Cymru ha ottenuto uno storico successo che ha messo fine a oltre un secolo di predominio laburista. Per la prima volta, dunque, due delle tre “nazioni” periferiche britanniche sono guidate apertamente da forze autonomiste o indipendentiste. Un risultato che riapre il dibattito sul futuro stesso dell’unione britannica e che inevitabilmente richiama anche le esperienze autonomistiche di altre realtà europee, Sardegna compresa. Non fosse altro che i partiti indipendentisti di Scozia e Galles mostrano un volto europeista, quindi tutt’altro che euroscettico. Anche perché il percorso dell’autonomismo di Galles e Scozia, pur più moderato, sembra ottenere risultati insperati in altre regioni del vecchio continente.
La svolta
In Galles la svolta è stata clamorosa. Plaid Cymru, il partito nazionalista guidato da Rhun ap Iorwerth, ha conquistato 43 seggi nel nuovo Senedd (parlamento) a 96 membri, diventando la prima forza politica gallese. Il Labour, che governava il Galles praticamente dagli anni Venti del Novecento e ininterrottamente dalla nascita dell’autonomia nel 1999, è crollato a soli 9 seggi. Una sconfitta storica che ha portato alle dimissioni della premier uscente Eluned Morgan.
Pochi giorni dopo il voto, Rhun ap Iorwerth è stato eletto First Minister del Galles, diventando il primo leader nazionalista a guidare il governo gallese. Giornalista della BBC prima dell’ingresso in politica, ap Iorwerth rappresenta il volto moderato e pragmatico dell’indipendentismo gallese. Pur mantenendo l’obiettivo di lungo periodo di un Galles indipendente, ha escluso un referendum immediato e punta invece a rafforzare progressivamente i poteri devoluti di Cardiff.
Diversa ma parallela la situazione scozzese. Lo Scottish National Party di John Swinney ha mantenuto il controllo del Parlamento di Holyrood conquistando 58 seggi su 129, confermandosi nettamente il primo partito. Anche in Scozia, però, il quadro politico è diventato molto più frammentato, con la crescita di Reform UK di Nigel Farage e il crollo sia dei Conservatori sia del Labour. Nonostante ciò, il fronte indipendentista mantiene la maggioranza grazie all’alleanza potenziale tra SNP e Verdi scozzesi.
Meno radicalismo
Il dato politico più significativo è che l’indipendentismo britannico appare oggi meno radicale e più “istituzionale” rispetto al passato. Sia l’SNP sia Plaid Cymru stanno cercando di presentarsi non come forze di rottura immediata, ma come partiti di governo credibili, capaci di amministrare territori complessi e di ottenere gradualmente maggiori margini di autonomia da Londra. La strategia è chiara: rafforzare le istituzioni locali, consolidare un’identità nazionale distinta e preparare nel lungo periodo le condizioni per eventuali referendum indipendentisti.
In Scozia questo percorso è già avanzato da anni. Il referendum del 2014, perso dagli indipendentisti con il 45% dei voti, non ha chiuso la questione nazionale. Al contrario, la Brexit ha riacceso il tema, perché la Scozia aveva votato nettamente per restare nell’Unione europea. Oggi lo SNP sostiene che l’uscita dall’Ue abbia modificato il patto costituzionale britannico e continua a chiedere un nuovo referendum.
Il Galles si trova invece in una fase diversa. Storicamente meno autonomista della Scozia, negli ultimi anni ha visto crescere il sentimento nazionale, alimentato dal recupero della lingua gallese, dal malcontento economico e dalla percezione di una forte centralizzazione londinese. Plaid Cymru ha saputo intercettare questo cambiamento, presentandosi come forza progressista, europeista e identitaria insieme. Tuttavia, i sondaggi mostrano che il sostegno all’indipendenza resta ancora minoritario, sotto il 30%.
Il confronto
Ed è proprio qui che il confronto con la Sardegna diventa interessante e allo stesso tempo disarmante per l’Isola. Nonostante una forte identità storica, linguistica e culturale, con profonde radici nel passato recente e lontano, oltre a uno statuto speciale che teoricamente garantisce ampie autonomie. Eppure il nazionalismo sardo non ha mai raggiunto il peso elettorale e istituzionale delle forze scozzesi o gallesi negli ultimi anni, nonostante un presidente della Regione come Christian Solinas in tempi recenti e un precedente ai tempi di Mario Melis, tra il 1984 e il 1989.
Le differenze sono evidenti. Innanzitutto, in Scozia e Galles esistono sistemi politici territoriali fortemente autonomi, con parlamenti e governi locali consolidati da decenni. Le elezioni regionali sono percepite come veri appuntamenti nazionali. In Sardegna, l’autonomia speciale è spesso rimasta incompiuta e fortemente dipendente dalle decisioni dello Stato centrale. Anche sul piano politico emergono differenze profonde. SNP e Plaid Cymru sono riusciti a trasformarsi in grandi partiti “catch-all”, capaci di andare oltre il tradizionale elettorato identitario e di proporsi come forze di governo credibili sui temi economici, sociali e ambientali. I movimenti indipendentisti sardi, al contrario, sono storicamente frammentati in molte sigle, raramente capaci di superare percentuali significative o di esprimere una leadership unitaria, nonostante il richiamo a figure epiche dell’autonomismo come Emilio Lussu, Camillo Bellieni, Giovanni Maria Angioy e Giambattista Tuveri.
Eppure alcuni punti di contatto esistono. In tutti questi territori periferici emerge una critica verso il centralismo degli Stati nazionali e la richiesta di maggiore controllo sulle risorse locali, sull’energia, sui trasporti e sulla fiscalità. Temi molto presenti anche nel dibattito politico sardo.
Le recenti elezioni britanniche mostrano dunque come le spinte autonomiste europee non siano scomparse, ma si stiano trasformando. Non più movimenti esclusivamente identitari o di protesta, ma forze che cercano legittimazione governando territori e istituzioni. Scozia e Galles rappresentano oggi due laboratori politici osservati con attenzione in tutta Europa. E anche la Sardegna, pur con caratteristiche molto diverse, potrebbe trarre qualche insegnamento da queste esperienze: soprattutto sulla capacità di trasformare identità e autonomia in un progetto politico stabile e credibile.
