Ormai è tra noi. Vive tra noi e, soprattutto, lavora con noi aiutandoci a fare cose impensabili solo pochi anni fa. L’intelligenza artificiale non è più materia da fantascienza e da visionari dell’informatica: fa parte integrante della nostra quotidianità e in tempi rapidissimi si è già ritagliata un ruolo fondamentale all’interno delle imprese italiane. Non tanto come sostituta digitale di dipendenti in carne e ossa, ma più che altro come strumento per velocizzare e migliorare la produzione attuale.

Le cifre

I numeri nazionali più aggiornati di un fenomeno epocale li ha forniti la ricerca dell’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano, secondo cui nel 2025 il mercato italiano dell’Intelligenza Artificiale ha raggiunto il valore di 1,8 miliardi di euro, in crescita del +50% rispetto all’anno precedente.

E non è tutto. «Nel 2025 il 71% delle grandi imprese italiane ha avviato almeno un progetto di AI», spiega lo studio. «Una percentuale che scende all’8% tra le piccole e medie realtà. Anche se molte realtà hanno progetti soltanto in alcune funzioni, sei aziende su dieci rilevano un impatto significativo sul modello di business. Si registra inoltre un vero e proprio boom di applicazioni AI pronte all’uso: l’84% delle grandi aziende ha acquistato licenze di Generative AI (+31% in un anno)».

Rivoluzione

La realtà attuale è quasi incredibile. Anche perché lo scetticismo attorno all’applicazione delle tecnologie di intelligenza artificiale in Italia era concreto, complice la scarsa preparazione del tessuto imprenditoriale nostrano. E invece oggi i dati ci dicono altro: «L’Intelligenza Artificiale sta già trasformando il mercato del lavoro italiano», prosegue l’osservatorio del Politecnico di Milano. «In media, il 47% dei lavoratori utilizza strumenti di AI in azienda e, tra questi, circa quattro su dieci stimano un risparmio di oltre 30 minuti nelle ultime due attività in cui hanno utilizzato l’intelligenza artificiale».

Ma non è solo questione di tempo considerato che «ben quattro lavoratori su dieci grazie all’AI svolgono attività che altrimenti non sarebbero in grado di fare. E gli effetti sono già rilevanti sulla domanda di competenze: nel 2025 è cresciuto del 93% il numero di annunci di lavoro pubblicati in Italia che richiedono competenze di AI. Oggi in ben il 76% delle offerte per profili white-collar ad alta qualificazione compaiono le competenze di AI tra i requisiti per candidarsi».

L’analisi

«Il 2025 ha confermato la grande crescita del mercato e dello sviluppo tecnologico dell’AI, ormai di centralità assoluta nelle agende dei decisori di vertice», afferma Alessandro Piva, direttore dell’Osservatorio Artificial Intelligence. «Questo entusiasmo, però, impone di fermarsi a ragionare. Innanzitutto, sulla capacità ancora ridotta di riconoscere in ogni settore e ambito le modalità corrette di ripensare interi processi con l’AI: servono persone con altissime competenze di dominio e tecnologiche per decostruire, re-immaginare, rimettere a regime il modello operativo. E poi sulla necessità di passare dalla semplice adozione individuale dell’AI, che ormai è elevata, alla trasformazione strutturale delle organizzazioni, che è ancora limitata, per cui servono dati ben organizzati e fruibili, competenze tecniche diffuse, cultura aziendale aperta alla sperimentazione».

Giovanni Miragliotta, co-direttore dell’Osservatorio Artificial Intelligence conferma: «Il nuovo anno si apre con diverse sfide per l’AI. La prima è trovare un equilibrio tra aspettative e benefici reali dall’adozione, che spesso si materializzano solo dopo percorsi di implementazione progressivi e personalizzati. La seconda sfida è proseguire con programmi di ricerca e formazione con la fine delle risorse Pnrr: l’assenza di un piano strategico di finanziamento allo sviluppo dell’AI in Italia rischia di vanificare lo sviluppo degli scorsi anni. La terza sfida, di portata globale, riguarda la sostenibilità finanziaria degli enormi investimenti in atto, che si aggiungono ai rischi di approcci predatori al profitto, espulsione di persone dal mercato del lavoro, disinformazione e sorveglianza sistematica».

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