Over 60, la quota di chi lavora troppo bassa rispetto alla Ue
Secondo l’Inps solo l’8,5% dei pensionati ha un’occupazione. Per aumentare la platea non bastano donne e giovaniPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
L’Italia, alle prese con l’inverno demografico, per ampliare la platea di occupati deve attingere da tutti i potenziali bacini di forza lavoro, e quindi anche dai cosiddetti “anziani”.
Non ci sono solo giovani Neet (oggi circa 1,4 milioni nella fascia 15-29 anni) e donne inattive (circa 7,8 milioni) da inserire, rapidamente, nel mercato del lavoro.
Il Paese ha necessità di sviluppare politiche per i “senior” e di pensare all’invecchiamento non come “un problema da risolvere” (ad esempio con le uscite anticipate), quanto piuttosto come “capitale umano esperto” in grado di sostenere la competitività di industria e Paese.
I dati di scenario fanno rabbrividire: da qui al 2040 secondo le previsioni dell’Istat, l’Italia perderà circa cinque milioni di persone in età da lavoro (tra i 15 e i 64 anni). Ciò potrebbe comportare, ha spiegato Banca d’Italia, una contrazione del Pil stimata nell’ordine dell’11%, pari all’8% in termini pro capite.
Una proiezione sull’impatto dei cinque milioni di potenziali lavoratori in meno per settori è contenuta in uno studio di Adapt curato da Francesco Seghezzi e Jacopo Sala, che evidenzia come i lavoratori tra 55 e 64 anni - dunque potenzialmente più vicini all’uscita - in numeri assoluti si concentrano in manifattura (872mila), commercio (648mila), istruzione (521mila), sanità e assistenza sociale (448mila) e costruzioni (363mila). Guardando alle percentuali, il quadro cambia leggermente, in media la fascia 55-64 anni pesa il 23% sugli occupati (si tradurrebbe in una perdita potenziale analoga se non ci fosse un ricambio adeguato), i settori più esposti con quote più alte di lavoratori anziani sono le attività alle famiglie (35%), istruzione e pubblica amministrazione (32%), agricoltura e fornitura di acqua (28%). Nonostante il ricambio generazionale nell’arco di dieci anni Adapt stima una contrazione del 18,6% degli occupati. Ancora pochi senior al lavoro.
Stando agli ultimi dati Istat sull’occupazione relativi a novembre, in un anno si contano 179mila occupati in più, ma questo incremento tendenziale è tutto concentrato sugli over 50 (+454mila unità). Il risultato è dovuto sia a fattori demografici, sia a una permanenza più lunga nel mercato del lavoro a causa della restrizione dei canali di uscita anticipata, che alla difficoltà di trovare le competenze sul mercato del lavoro. Eppure, nel confronto internazionale sono ancora pochi i senior che restano a lavorare.
Secondo il Think Thank Welfare Italia di Unipol, nel 2024 il divario tra il tasso di occupazione nella fascia 60-69 anni in Italia (pari al 32,1%) e quello dell’Unione Europea (pari al 35,3%) è di 3,2 punti percentuali. Sempre secondo le stime del Think Tank, se l’Italia si allineasse al tasso di occupazione (60-69 anni) della media europea, gli occupati in questa fascia d’età aumenterebbero di 243mila unità, generando un aumento del Pil pari a +20,7 miliardi di euro (ovvero l’1% del Pil nazionale). Tra le misure che vanno in questa direzione va ricordato che in legge di Bilancio, anche per il 2026 è stato confermato il bonus Giorgetti, che consiste nel lasciare in busta paga la quota del 9,19% di contributi a carico del lavoratore, che pur avendo maturato i requisiti per il pensionamento, decide di rimandare l’uscita per la pensione e restare in servizio. Ma servono anche policy aziendali dedicate per favorire il mantenimento in servizio dei lavoratori senior.
I pensionati che lavorano
In Italia i pensionati che ancora lavorano sono appena l’8,5%. L’analisi dell’Inps prende a riferimento un campione di 123.893 beneficiari di pensione di vecchiaia o anzianità, con trattamento avente decorrenza 2021 o 2022, nati nel1950 e a seguire. Ebbene, dall’incrocio dei dati del Casellario delle Pensioni con gli estratti conto contributivi emerge che, un anno dopo il pensionamento, l’8,5% di questi è attivo nel mercato del lavoro. La quota di pensionati ancora attivi raggiunge il 21,6% tra i pensionati del settore agricolo, il 19,2% tra gli ex artigiani e commercianti e il 27,4% tra pensionati di altri enti e gestioni previdenziali. La prosecuzione dell’attività lavorativa dopo il pensionamento è meno frequente tra i pensionati del settore pubblico (0,9%) e tra i lavoratori dipendenti del settore privato (5,5%). Particolare attenzione meritano anche i valori osservati tra i pensionati con precedenti rapporti di lavoro parasubordinato (9,5%), una categoria connotata da una traiettoria occupazionale peculiare, e tra coloro che hanno avuto accesso alla pensione attraverso istituti di totalizzazione o cumulo (10,2%).
Le attività svolte successivamente al pensionamento si caratterizzano per una discreta continuità con le professioni precedentemente esercitate. Ad esempio, il 79% degli ex artigiani e commercianti che proseguono l’attività lavorativa continua a operare nello stesso ambito, mentre tra gli ex lavoratori agricoli l’85% degli attivi rimane in settori riconducibili al lavoro autonomo. Per quanto riguarda i liberi professionisti, le due principali destinazioni occupazionali dopo il pensionamento risultano essere il lavoro dipendente, verosimilmente di natura consulenziale (66%), e l’area artigiano-commerciale (28%).
I pensionati con precedenti rapporti di tipo parasubordinato mostrano una marcata propensione a rientrare nel lavoro autonomo: il 49% di quanti restano attivi prosegue come lavoratore parasubordinato, mentre il 27% si colloca nell’ambito artigiano-commerciale. Dal punto di vista sociodemografico, tra i pensionati che continuano a lavorare, gli uomini rappresentano il 72% del totale, il 68% percepisce un trattamento anticipato e l’età media al pensionamento è di 62,9 anni, leggermente inferiore all’età media di coloro che non proseguono l’attività lavorativa (63,9 anni).
Il reddito da lavoro dei pensionati attivi è mediamente pari al 90% dell’importo della loro pensione. Quando il pensionamento avviene ad un’età relativamente bassa (inferiore a 64 anni), la probabilità di continuare a lavorare è leggermente più elevata per chi percepisce le pensioni più basse. La differenza nella propensione a continuare a lavorare tra le diverse fasce di importo è comunque ridotta, nell’ordine di un punto percentuale. Questo suggerisce che, tra i pensionati più giovani, la decisione di continuare a lavorare è in parte legata all’esigenza di integrare una pensione di importo modesto. Non a caso, i pensionati che si collocano nella fascia di reddito più bassa e che si ritirano dal mercato del lavoro relativamente presto appartengono in larga parte alle gestioni degli agricoli e degli artigiani e commercianti, ovvero lavoratori con livelli di reddito e di contribuzione generalmente contenuti e per i quali la prosecuzione dell’attività lavorativa può rispondere a una necessità economica più che a una libera scelta. Al contrario, tra chi accede alla pensione in età più avanzata, l’effetto dell’importo pensionistico si fa più evidente e la correlazione con la prosecuzione dell’attività diventa positiva. Tra chi si pensiona a 70 o più anni, la probabilità di lavorare di chi si colloca nella fascia media o più elevata di reddito pensionistico è di oltre 1,5 punti percentuali superiore a quella di chi è nella fascia bassa. La maggiore propensione al lavoro tra i percettori di pensioni più elevate potrebbe riflettere condizioni professionali più solide e la possibilità di svolgere attività residuali meno faticose e più flessibili, spesso legate a forme di lavoro autonomo o consulenziale.
L’indice di dipendenza
Sono numeri ancora bassi, specie perché secondo le proiezioni relative all’indice di dipendenza degli anziani si prevede un aumento con una rapidità ed una dimensione senza precedenti nei prossimi venti anni, passando dal valore di 38 del 2024 al valore di 61 nel 2044 per attestarsi al 67 nel 2080. Negli ultimi anni le nascite sono state inferiori alle 400mila l’anno, con questo andamento la popolazione passerà dagli attuali 59 milioni a 54,7 milioni entro il 2050. Già oggi vediamo sparire dai banchi 100/110mila alunni l’anno. Questo scenario dovrebbe spingere ad investire di più anche nella popolazione lavorativa “senior”: ne va della tenuta del nostro sistema di welfare.
Giorgio Pogliotti - Claudio Tucci
(Estratto da “Norme e tributi Plus Lavoro”, Il Sole 24 Ore, 27 gennaio 2026, in collaborazione con L’Unione Sarda)
