Un lavoratore extracomunitario su tre, in Italia, fa un mestiere a bassa qualificazione, contro il 20% della media Ue a 27. Solo il 30% degli immigrati che vivono in Italia da meno di dieci anni ha partecipato a un corso di lingua dopo la migrazione, contro una quota superiore al 70% in Germania e in Austria. Infine, il tasso di occupazione delle donne nate all’estero in Italia è del 50% (più o meno allineato a quello delle italiane), ma quello degli uomini è dell’80%: un divario di genere nettamente superiore a quello degli altri Paesi Ue, superato solo dalla Grecia.

Sono alcuni dei numeri che fotografano il potenziale ancora parzialmente inespresso dell’immigrazione in Italia, contenuti nel «Rapporto sullo stato dell’integrazione degli immigrati», realizzato dall’Ocse (è la quarta edizione), con il supporto del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali. Rapporto presentato il 23 febbraio a Roma.

Il bilancio demografico e occupazionale

L’Italia ospita una delle più numerose popolazioni immigrate della Ue in termini assoluti, anche se la crescita recente è stata contenuta: i nati all’estero (inclusi coloro che hanno acquisito la cittadinanza italiana, che l’Ocse include per poter fare comparazioni fra i Paesi indipendentemente dalle regole per la naturalizzazione), sono 6,4 milioni, pari al 10% della popolazione. Una quota che, nell’ultimo decennio, è aumentata del 13%, mentre in Francia è salita del 18%, in Spagna del 33% e in Germania del 51 per cento.

La migrazione per motivi familiari in Italia ha rappresentato circa la metà degli ingressi permanenti tra il 2013 e il 2023, una percentuale superiore a quella degli altri maggiori Paesi europei.

Gli immigrati sono in larga maggioranza in età lavorativa e contribuiscono a compensare il declino della popolazione italiana: nove stranieri su dieci hanno un’età compresa fra 15 e 64 anni, a fronte di appena il 60% della popolazione nata in Italia.

L’integrazione nel mercato del lavoro ha facce diverse: il tasso di occupazione degli stranieri è elevato, del 65% fra i migranti nati nella Ue e del 63% tra quelli nati fuori dalla Ue. Le competenze, però sono ampiamente sottoutilizzate, soprattutto fra le donne.

Oltre un quarto degli immigrati in Italia lavora in professioni non qualificate, quota che supera il 29% - quasi uno su tre - tra i nati fuori dalla Ue. Nel Sud, questa percentuale sale ulteriormente, raggiungendo il 35% tra i nati all’estero e il 41% tra i non Ue. Fra i migranti non europei che hanno un titolo di studio elevato, il tasso di occupazione è del 69%, nettamente inferiore a quello osservato nei principali Paesi europei.

Livelli di istruzione e condizione economica

I bassi livelli di istruzione e formazione degli stranieri limitano la mobilità economica: circa il 50% degli immigrati in Italia nati fuori dalla Ue ha conseguito al massimo un livello di istruzione secondaria inferiore (la licenza media).

Sebbene nell’ultimo decennio la quota di immigrati con un livello di istruzione molto basso o basso sia diminuita, i percorsi di sviluppo delle competenze e di aggiornamento professionale sono limitati e pochi immigrati accedono a forme di istruzione formale dopo l’arrivo.

Anche il riconoscimento delle competenze maturate all’estero e dei titoli di studio è in salita: in Italia solo il 15% degli immigrati extra Ue altamente qualificati chiede il riconoscimento delle qualifiche estere (il valore più basso fra i maggiori Paesi Ue). Alla base di questa scelta, c’è il fatto che i cittadini non ritengono necessaria questa richiesta (36%) o considerano il processo costoso o complesso (28%).

Le barriere all’integrazione sociale degli immigrati emergono anche da elevati livelli di povertà e dal sovraffollamento abitativo nel quale vivono molti stranieri. Un immigrato su tre in Italia vive in condizioni di povertà. Un fenomeno diffuso anche tra coloro che hanno un lavoro. La povertà lavorativa degli stranieri è tra le più elevate nell’Ocse (22%): sebbene gli immigrati rappresentino il 15% degli occupati, costituiscono il 31% delle persone in condizione di povertà, pur lavorando. I figli degli immigrati, nota ancora l’Ocse, mostrano risultati educativi incoraggianti, ma restano criticità sul fronte dell’inclusione sociale e dell’integrazione nel mercato del lavoro. I giovani con genitori immigrati hanno esiti occupazionali deboli: solo il 54% è occupato e i livelli di inattività sono elevati.

Bianca Lucia Mazzei e Valentina Melis

(Estratto da “Norme e Tributi Plus Lavoro”, Il Sole 24 Ore, 23 febbraio 2026, in collaborazione con L’Unione Sarda)

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