La riforma dell’edilizia, annunciata dal Governo a inizio dicembre, è già appe­sa a un filo. E, così, potrebbero saltare misure attesissime da cittadini, im­prese e professionisti, come le sana­torie facili per gli abusi più vecchi del 1967, il riordino delle autorizzazioni per i lavori in casa, l’accelerazione nel­la chiusura delle richieste di condono ancora aperte (anche risalenti agli anni ’80) e l’allargamento del raggio d’azione del silenzio assenso. Il testo è, infatti, ancora fermo alla Ragioneria generale dello Stato, dove i dubbi sul­le coperture stanno impedendo il suo approdo in Parlamento.

L’impasse

La revisione del Testo unico edilizia (la norma chiave dei lavori edilizi pri­vati in Italia, datata 2001) è un inter­vento atteso da anni da tutti i sog­getti che lavorano nelle costruzioni; troppo farraginoso il contesto at­tuale, in grado di generare molteplici incertezze, come dicono casi come quello di Milano. Così, l’approvazione del Ddl delega di riforma dell’edilizia, in Consiglio dei ministri il 4 dicembre scorso, era stata salutata come un se­gnale importante, richiesto da tutto il settore. Chiusa la sessione di bilancio a fine 2025, si facevano ipotesi di un avvio rapido dei lavori parlamentari a inizio 2026, per arrivare con i decreti delegati in tempo utile per la fine della legislatura, in calendario nel 2027.

Questo avvio rapido, però, non c’è sta­to: dopo due mesi e mezzo il Ddl non è ancora approdato in Parlamento (è atteso alla Camera) e risulta sotto esame della Ragioneria generale del­lo Stato. Una situazione di impasse che non sembra destinata a cambiare a breve; i rilievi avanzati al ministero delle Infra­strutture dall’organo che vigila sulla compatibilità finanziaria delle leggi sarebbero molti e potrebbe­ro tenere il testo bloccato ancora per molte setti­mane. Anche se le associazioni di imprese stanno invocando un rapido sblocco, per completare la riforma entro la legislatura.

Le misure in ballo

Le misure potenzialmente in grado di generare nuovi oneri nel Ddl sono, infatti, molte. A partire dalla definizione accelerata delle istanze anco­ra pendenti per i tre condoni del 1985, del 1994 e del 2003. Una norma di pulizia necessaria che, però, riguarda migliaia di pratiche in tutta Italia e che potrebbe scaricare oneri sui Comuni, chiamati a renderla operativa con un consistente impiego di risorse. Non solo. Tra i passaggi più attesi c’è quello che punta a favorire la regolarizzazione de­gli abusi storici (quelli ante 1967): una semplifica­zione che potrebbe portare a sconti rispetto alle sanzioni attuali. Ci potrebbero essere, insomma, minori entrate in migliaia di casi: le abitazioni più vecchie del 1960 sono oltre 11 milioni, circa un ter­zo del patrimonio abitativo italiano. Oneri potreb­bero derivare anche dall’introduzione del fasci­colo digitale delle costruzioni (il documento unico che dovrebbe contenere la storia degli immobili), dal potenziamento degli sportelli unici edilizia e dall’interoperabilità delle banche dati collegate al settore delle costruzioni.

Rischio di maggiori oneri

Tutti elementi che rendono oggettivamente com­plicato rispettare l’obbligo di non gravare, con i successivi decreti delegati, la finanza pubblica di maggiori oneri. Lo stallo, insomma, potrebbe an­dare avanti a lungo, creando anche un cortocircu­ito tutto interno alla maggioranza. Attualmente in commissione Ambiente a Montecitorio c’è in di­scussione un Ddl delega sullo stesso argomento della proposta governativa, frutto della fusione dei testi di Erica Mazzetti (Forza Italia) e Agostino San­tillo (M5s). Chiuse le audizioni a dicembre, è stato messo nel congelatore, in attesa di essere integra­to proprio al Ddl dell’esecutivo. Tra qualche gior­no, però, i lavori parlamentari potrebbero ripartire ugualmente, con il voto degli emendamenti, senza aspettare lo sblocco del Ddl delega approvato a inizio dicembre in Consiglio dei ministri.

Giuseppe Latour

(Estratto da “Norme & Tributi Plus Enti Locali & Edilizia”, Il Sole 24 Ore, 17 febbraio 2026, in collaborazione con L’Unione Sarda)

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