Cresce il lavoro a tempo indeterminato, gap produttività
Il divario tra crescita dell’occupazione e capacità produttiva continua a rappresentare uno dei principali limiti strutturali dell’economia italianaPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Il lavoro è più stabile, il numero degli occupati subisce qualche limatura a dicembre 2025, sono in rialzo le ore lavorate. E continua la fuga all’estero da parte dei giovani, specie dei laureati. Sono queste alcune delle tante facce del mercato del lavoro italiano. A dicembre 2025 - certifica l’Istat - il numero di occupati, pari a 24 milioni 142mila, è in calo rispetto al mese precedente. Diminuiscono i dipendenti a termine (in tutto sono 2 milioni 405mila), crescono gli autonomi (5 milioni 227mila) e risultano sostanzialmente stabili i dipendenti a tempo indeterminato (16 milioni 511mila).
Rispetto a dicembre 2024, l’occupazione aumenta (+62mila occupati in un anno), come sintesi della crescita dei dipendenti a tempo indeterminato (+161mila) e degli autonomi (+147mila), calano i dipendenti a termine (-245mila). Per quanto riguarda le retribuzioni contrattuali, sempre secondo l’Istat, nel 2025 si registra una crescita del 3,1% (stesso aumento del 2024). «Per il secondo anno consecutivo - commenta l’istituto di statistica - si realizza un parziale recupero rispetto all’inflazione, che si ferma a +1,7%».
Ciò nonostante, i salari - secondo l’Ocse - non hanno ancora recuperato l’impennata dell’inflazione dal 2021. Nella classifica delle retribuzioni nette il lavoratore italiano occupa il 23° posto tra 38 Paesi analizzati - con un salario netto di 41.438 dollari, contro la media Ocse di 45.123 dollari.
Se questa è la media, la Svimez nel report «Un paese, due migrazioni» descrive la Penisola caratterizzata da rilevanti differenze. Si calcola che, tra il 2002 e il 2024, 350mila laureati under 35 abbiano lasciato il Mezzogiorno verso il Centro Nord, con una perdita secca, al netto dei rientri, di 270mila unità. In 63mila sono andati all’estero con una perdita secca di 45mila laureati.
In particolare, annota la Svimez, a lasciare il Sud sono soprattutto le donne, 195mila tra il 2002 e il 2024. La motivazione è reddituale. A tre anni dal conseguimento del titolo di laurea chi lavora all’estero guadagna tra 613 e 650 euro in più al mese. Chi lavora al Sud ha una retribuzione media di 1.579 contro 1.735 del Nord-Ovest.
In generale, negli ultimi dieci anni oltre 337mila giovani italiani, di cui 120mila laureati, hanno lasciato il Paese. Il 18% dei dottori di ricerca lavora all’estero entro cinque anni dal titolo: innovazione e ricerca sono dunque largamente penalizzate.
Alla fuga si aggiunge il calo delle giovani generazioni a causa della denatalità: una dinamica destinata a peggiorare. Già oggi le imprese continuano a denunciare la difficoltà di trovare i profili professionali necessari e gli ostacoli nel turn over.
Questi dati negativi sono completati dal risultato sulla produttività, che diminuisce. Nel 2023 il segno meno è del 2,5% per effetto di un aumento delle ore lavorate maggiore del valore aggiunto.
In questo contesto si muovono le aziende e la contrattazione collettiva. Secondo Adapt, nell’ottavo rapporto su «Welfare occupazionale e aziendale in Italia», i rinnovi dei Ccnl intervenuti nel triennio 2022-2024 attribuiscono un peso crescente alle misure per la previdenza complementare e l’assistenza sanitaria integrativa (intorno al 40% del campione analizzato da Adapt).
«Emerge - si legge nel rapporto - una diffusione e una crescita sostenuta nel tempo, in primis, delle forme tradizionali di protezione sociale di matrice collettiva, sviluppate a livello nazionale attraverso un articolato sistema di enti e fondi bilaterali, ossia la previdenza complementare (40%) e l’assistenza sanitaria integrativa (43%). Questa scelta negoziale risponde a fattori molteplici».
Prima fra tutti, «l’invecchiamento della popolazione e il conseguente aumento dei bisogni di cura spingono gli attori delle relazioni industriali verso un ampio rafforzamento dei fondi sanitari da questi istituiti e promossi».
D’altra parte, si cerca di dare risposte alla difficile sostenibilità del sistema di previdenza pubblico. «Una percentuale leggermente inferiore, invece, si registra con riguardo alla diffusione dei flexible benefits (29%). L’incremento delle previsioni in materia di flexible benefits – siano esse una tantum o periodiche – segnala la volontà delle parti di garantire in maniera generalizzata una quota minima di strumenti di welfare a tutti i dipendenti del settore». Questo con l’obiettivo anche di conservare o migliorare il potere di acquisto.
M.c.d.
(Estratto da “Top 24 Fisco”, Il Sole 24 Ore, 26 febbraio 2026, in coollaborazone con L’Unione Sarda)
