L'ipotesi di richieste di "pizzo" avanzate dall'agente di polizia al pusher che nell'ultimo periodo avrebbero portato a dissapori e tensioni. È uno dei temi su cui stanno lavorando gli investigatori della Squadra Mobile di Milano nell'indagine coordinata dal pm Giovanni Tarzia e dal procuratore Marcello Viola sulla morte di Abderrahim Mansouri, ucciso il 26 gennaio nel boschetto di Rogoredo durante un controllo anti spaccio, dall'assistente capo Carmelo Cinturrino.

Il poliziotto è ora indagato per omicidio volontario, accusa sempre più solida e che ha trovato riscontri anche negli interrogatori resi ieri in Questura dai suoi quattro colleghi ai quali sono stati contestati il favoreggiamento e l'omissione di soccorso.

Gli accertamenti in corso da oltre tre settimane stanno delineando un quadro ben diverso da quello descritto nell'immediatezza dall'agente, ora seriamente nei guai. Poche ore dopo il delitto, aveva raccontato al pm di aver sparato un colpo dopo aver visto Mansouri prendere la pistola e puntargliela contro. Un colpo esploso per "paura" e che ha ferito mortalmente il 28enne.

Una versione a cui fin da subito il pubblico ministero non ha creduto e che ha portato ad indagini serrate. Eppure ancora oggi, Cinturrino, durante un incontro con il suo difensore, Piero Porciani, ha più o meno ribadito di aver agito per legittima difesa, aggiungendo che lui «mai e poi mai» ha avuto a che fare con gli spacciatori.

I suoi colleghi, però, stanno raccontando un’altra storia. Invitati a comparire negli uffici di via Fatebenefratelli, hanno chiarito la loro posizione offrendo, ciascuno, una tessera di un puzzle che pian piano si starebbe ricomponendo.

Innanzitutto si sospetta che la replica della pistola senza tappo rosso, trovata vicino al corpo senza vita del 28enne, possa essere stata portata sul luogo del delitto dentro uno zaino che un collega del 42enne, quello vicino a lui al momento dello sparo, sarebbe andato a recuperare - risulta anche dalle immagini delle telecamere - al commissariato Mecenate.

Così si spiegherebbero quei 23 minuti trascorsi dal momento del colpo fino alla chiamata per i soccorsi. Tempo bastato per procurarsi il finto revolver - su cui sono state trovate una serie di tracce genetiche e due già identificate - e collocarlo sulla scena del crimine.

Un tempo calcolato dagli inquirenti per via delle telefonate ricevute dalla vittima da parte di un amico, pure lui pusher, che voleva avvertirlo dell'arrivo della polizia ("scappa, scappa") e con la chiamata al 118 su cui Cinturrino, tra l'altro, prima avrebbe mentito ai colleghi. Avrebbe detto loro, infatti, stando agli interrogatori, di aver allertato subito i soccorsi, ma non era vero.

«Ha gestito tutto lui in quelli fasi, noi non c'entriamo con l'omicidio», avrebbero riferito, in sostanza. In questo scenario tracciato dalle indagini si colloca anche - è l'ipotesi - una gestione opaca di alcune operazioni antidroga per cui l'agente indossava la divisa. Dai verbali di chi si trovava con lui nel boschetto di Rogoredo emergono comportamenti borderline e illegali sui quali si stanno cercando i riscontri: in alcune occasioni avrebbe alzato le mani nei confronti di tossici e piccoli spacciatori presenti nella zona e alcuni sarebbero stati arrestati «gonfiando le prove», come testimonia una sentenza del Tribunale milanese. Altri avrebbero, invece, lavorato indisturbati in cambio di qualche «stecca». Un "pizzo" preteso anche nei confronti di Mansouri e che, negli ultimi periodi, sarebbe stato fonte di attriti e dissapori

(Unioneonline)

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