Fra parcheggi a pagamento, numero chiuso, obblighi di prenotazione, anche in Sardegna si ha la sensazione che piantare un ombrellone, stendere i teli sulla sabbia e godersi una giornata di mare sia diventato, estate dopo estate, un lusso. L’iniziativa del sindaco di Olbia Settimo Nizzi in difesa delle spiagge libere nel territorio di sua competenza rientra nel contesto di una regione che ha uno dei dati di “occupazione” dei litorali più bassi d’Italia: nell’Isola – dati Legambiente – le concessioni balneari riguardano il 20,6% dei 595 chilometri di coste sabbiose. In Italia solo Molise (19,6) e Friuli Venezia Giulia (20,3) hanno percentuali più basse, mentre la Liguria è al 69,8, l’Emilia Romagna al 69,3, la Campania al 67,7. La media italiana è del 42,4.

«Siamo in una buona situazione», sorride Marta Battaglia, presidente di Legambiente Sardegna. L’associazione ha appena licenziato il “Rapporto spiagge 2026”, in cui si esamina anche il tema delle concessioni: «Noi sardi – prosegue – siamo stati capaci di impostare un sistema di fruizione in cui non è prevalsa la privatizzazione della gestione». Per carità: sabbia rastrellata, lettini e ombrelloni già piazzati, servizi igienici e docce a disposizione, bagnino e possibilità di acquistare cibi e bevande sono comodità apprezzate da molti. Altri, però, preferiscono la spiaggia libera, o semplicemente non possono permettersi di pagare: e se l’alternativa viene negata è un problema.

Nell’Isola la situazione non è omogenea: la maggiore densità di concessioni (circa il 40%) si concentra in Gallura, da Palau a Budoni passando per centri a forte vocazione turistica come Arzachena e, appunto, Olbia. Nel Sud Sardegna (da Arbus a Villaputzu) la pressione è invece molto più bassa, in Ogliastra quasi assente.

L’articolo completo a firma di Marco Noce nel giornale in edicola e nell'app Unione Digital

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