Favorevoli e contrari alla Riforma della Giustizia, e le posizioni differenti sul “Sì” e il “No” al referendum del 22 e 23 marzo prossimi entrano nell’Aula della Corte d’Appello di Cagliari, questa mattina, durante e a margine della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario.

Ne ha parlato il procuratore generale Luigi Patronaggio nel suo intervento: «Una riforma di questa portata non incide solo sulle questioni giudiziarie, ma sposta una pietra angolare di quel complesso edificio che è la carta costituzionale, partorita con grande ma partecipato travaglio da tutte le componenti politiche dell'epoca.

Non può infatti negarsi che la riforma, colpendo la democratica rappresentatività del Csm, mortificata da un irrazionale sorteggio dei suoi membri togati, non solo mina l'autonomia e l'indipendenza della magistratura che dal vecchio Csm era pur con qualche innegabile criticità garantita, ma di fatto ha inciso profondamente nell'equilibrio dei rapporti fra i poteri dello Stato».

Spiegando che dal suo scranno non voleva entrare nel merito del voto, Patronaggio ha osservato: «La cosa che dal mio punto di vista è critica è che si è giunti in Aula con un testo blindato, senza la possibilità per le opposizioni e per i rappresentanti della magistratura e della società civile di intervenire con suggerimenti e modifiche. Un grande padre costituzionalista aveva indicato in tempi non sospetti che le riforme costituzionali devono provenire o dal corpo elettorale o dal Parlamento, non certo ad opera del governo».

D’altro canto, il presidente dell'Ordine degli avvocati Matteo Pinna, che ha parlato subito dopo, premettendo di non volere entrare nel merito, non essendo la cerimonia la sede per un dibattito tecnico né per considerazioni politiche, ha tenuto a dire che «nelle democrazie liberali, autonomia e indipendenza sono una garanzia per i cittadini e devono essere coniugate con la responsabilità, non possono diventare strumento di difesa corporativa e autoreferenziale.

Il senso delle istituzioni e il rispetto della dialettica democratica - e con essi il riserbo, la discrezione e l’equilibrio - sono precondizioni indispensabili perché autonomia e indipendenza vengano percepite quali strumenti di servizio e non di potere.

Questo vale soprattutto in un momento delicato come quello che attraversiamo: nel merito delle riforme tutte le opinioni sono legittime, ma connotare politicamente l’associazionismo giudiziario e additare come nemici della democrazia e della Costituzione i sostenitori di idee diverse rischia di produrre conseguenze sulla fiducia nella magistratura e sulla stessa legittimazione della giurisdizione che andranno ben oltre la scadenza referendaria. Il potere giudiziario come potere indipendente e diffuso è uno degli antidoti costituzionali - forse il più importante - al populismo politico, non deve esserne una componente».

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