È una scoperta davvero ghiotta, quella che arriva dagli scavi di Su Angiu. Perché tra le tracce lasciate dagli abitanti del grande nuraghe di Mandas più di tremila anni fa sono comparse anche le prove di un'abitudine alimentare che sorprende e, allo stesso tempo, aiuta a riscrivere l'immagine della civiltà nuragica: a tavola arrivavano ostriche, cozze, mitili e arselle, insieme alla carne degli animali allevati e cacciati.

Una dieta molto più ricca e articolata di quella che siamo abituati a immaginare, che racconta di comunità capaci di sfruttare risorse diverse, non soltanto quelle offerte dai campi e dai pascoli. Una piccola conchiglia, insomma, può diventare una grande finestra sulla vita quotidiana di tremila anni fa.

Su Angiu

E il sindaco di Mandas Umberto Oppus, davanti a questa curiosa testimonianza del passato, non rinuncia all'ironia: «Pur non avendo ancora aperto i locali a Mandas Beppe Pingiori, Antonello Mura con La Forchetta o Nicola Matta con My Dream, le ostriche venivano consumate all'interno del nuraghe a Mandas oltre 3000 anni fa», fa sapere il primo cittadino, confessando di essere lui stesso ghiotto consumatore di ostriche e arselle: «Evidentemente a tavola ho ereditato i gusti dei miei antenati».

Dietro l’ironia c'è una scoperta che ha un significato tutt'altro che marginale. Gli scavi archeologici condotti nella struttura dell'Età del Bronzo di Su Angiu stanno restituendo infatti nuovi elementi sulla vita delle comunità che abitavano il sito. I resti rinvenuti nei focolari e negli strati archeologici raccontano di un'alimentazione che non si esauriva nell'agricoltura e nella pastorizia: accanto alle ossa di animali domestici e selvatici compaiono anche le tracce delle risorse provenienti dall'acqua.

Le valve delle conchiglie, mischiate alle ceneri, ai carboni e agli altri resti delle attività quotidiane, sono una sorta di menù pietrificato dal tempo. Ostriche e molluschi potevano accompagnare carni di suino e bovino, ma anche quella del cervo, testimoniando una disponibilità alimentare più varia e una capacità di sfruttare ambienti differenti. Una conchiglia rimasta per millenni nel terreno racconta un gesto semplicissimo: qualcuno, oltre tremila anni fa, l'ha raccolta, portata nel villaggio, aperta e mangiata.

«È un dettaglio minimo che consente di avvicinarsi a quelle comunità molto più di quanto possa fare una ricostruzione astratta», sottolinea il sindaco Oppus. Su Angiu, del resto, non è soltanto il luogo della curiosa scoperta delle ostriche. Il grande nuraghe quadrilobato è uno dei siti archeologici più importanti del territorio di Mandas e conserva le tracce di una storia lunga e complessa, proseguita anche dopo l'età nuragica. Le indagini archeologiche hanno documentato infatti una frequentazione punica e romana e, nelle campagne più recenti, sono emerse nuove testimonianze che contribuiscono a ricostruire le diverse fasi di vita dell'area.

Gli scavi hanno così trasformato Su Angiu in una sorta di libro aperto sulla storia del territorio, nel quale le diverse epoche si sovrappongono e dialogano. La presenza di reperti punici e romani accanto alle strutture nuragiche dimostra quanto il sito f osse inserito nelle dinamiche più ampie che hanno interessato la Sardegna nel corso dei secoli. E oggi quella stessa stratificazione rappresenta una delle sue principali ricchezze in chiave culturale e turistica. Non è un caso che attorno a Su Angiu si stia costruendo un progetto di valorizzazione molto più ampio. Il nuraghe è infatti uno dei tre grandi siti archeologici messi in rete dal progetto “Treno e nuraghi”, promosso dalla Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio e dai Comuni di Mandas, Isili e Suelli e finanziato dal Ministero della Cultura con due milioni di euro. L'obiettivo è creare un itinerario capace di unire archeologia, paesaggio e viaggio lungo la storica linea ferroviaria del Trenino Verde.

Il percorso mette in relazione Su Angiu a Mandas, Is Paras a Isili e Piscu a Suelli, tre testimonianze molto diverse della civiltà nuragica ma accomunate dalla possibilità di essere raccontate attraverso un'esperienza territoriale unica. Il treno diventa così non soltanto un mezzo per raggiungere i siti, ma parte integrante del viaggio nella storia dell'interno della Sardegna. L'idea è quella di utilizzare il patrimonio archeologico come motore di un turismo rispettoso del paesaggio e capace di distribuire nuove opportunità anche nei territori dell'interno. In questo scenario, la storia delle ostriche può diventare molto più di una curiosità da raccontare ai visitatori. Può essere il punto di partenza per costruire un modo nuovo di presentare il sito, facendo entrare nel racconto anche l'alimentazione, le risorse naturali e le abitudini quotidiane degli antichi abitanti di Su Angiu. Oppus, infatti, ha già una proposta: «Adesso lanciamo le Ostriche di Bangius». E subito dopo aggiunge l'idea di creare un percorso «gastronomico-archeologico» al museo. Una provocazione che potrebbe trasformarsi in uno strumento originale per raccontare il passato attraverso i suoi sapori, naturalmente con tutte le necessarie ricostruzioni storiche e scientifiche. Dalle conchiglie alle ricette, dai reperti alle produzioni contemporanee, il filo potrebbe essere quello di una Sardegna che cambia ma continua a raccontarsi attraverso ciò che mette a tavola. E così, tremila anni dopo, quelle valve ritrovate tra le ceneri di un focolare potrebbero diventare una nuova chiave per far conoscere Su Angiu.

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