Era dal 1962 che la scuola italiana non sentiva risuonare così forte lo spettro di una divisione tra percorsi di serie A e percorsi di serie B. In quell’anno, infatti, fu istituita la scuola media unificata, una riforma storica che abolì la scuola di avviamento professionale e garantì a tutti gli studenti, indipendentemente dall’estrazione sociale, un accesso paritario ai gradi superiori dell’istruzione. Sessantaquattro anni dopo, il decreto ministeriale n. 29 del 19 febbraio 2026, firmato dal Ministero dell’Istruzione e del Merito, potrebbe segnare l’inversione di quella rotta.

Il decreto, infatti, ridefinisce indirizzi, articolazioni, quadri orari e risultati di apprendimento dei percorsi degli istituti tecnici. Tra le molte modifiche, un’ora di Italiano sottratta al quinto anno. A preoccuparsi, sono i docenti di Lettere dell’Othoca di Oristano. «Sulla carta, si tratta di un aggiornamento ordinamentale», spiega Claudia Lupino, docente all’indirizzo elettrotecnico «nella sostanza, è qualcosa di molto più profondo e preoccupante: la creazione silenziosa di un sistema a due velocità, in cui chi sceglie la formazione tecnica viene incanalato in un percorso ridotto, con meno ore, meno cultura e, quindi, meno futuro». La riduzione delle discipline umanistiche, comunica ai ragazzi che il pensiero critico, la cultura storica, la capacità di analisi e di comprensione del mondo non servono per trovare lavoro.

«Questo approccio utilitaristico ai saperi», prosegue Marcello Greco, docente all’indirizzo informatico, «non forma lavoratori più competenti ma operatori più manovrabili».

La differenza non è sottile. Un giovane capace di leggere il mondo, di contestualizzare, di argomentare è un lavoratore migliore e soprattutto un essere umano più libero. «Il punto più grave, sul piano dei valori costituzionali», sostiene Marcello Carlotti, docente all’indirizzo meccanico, «è quello che riguarda l’equità. Meno ore rispetto al percorso liceale, ma stessi obiettivi? Poiché la lingua, fondamentale strumento del pensiero, non si impara per decreto, c’è da chiedersi come mai in quinta, anno di esame, si attivi una simile rinuncia. Prefigura forse che in futuro la prima prova potrebbe cambiare? E, nel caso, perché?». Il rischio, infatti, è quello che si crei proprio un doppio binario. «La componente umanistica», aggiunge Andrea Santucciu, dell’indirizzo meccanico, «invece che tagliata va salvaguardata, perché è la vera opposizione all’individualismo oggi imperante».

Sul tema interviene anche Luciano Cariccia, dello Snals di Oristano. «Quello che mi preoccupa profondamente è il messaggio antropologico che questa riforma trasmette. Si dice implicitamente ai giovani che le discipline umanistiche, la letteratura, la storia, le lingue, lo studio dei beni culturali, sono un lusso, una sovrastruttura decorativa che il mondo del lavoro non richiede. È un errore di prospettiva gravissimo». Del medesimo avviso appare anche il Professor Ignazio Efisio Putzu, Pro Rettore alla Didattica dell’Università di Cagliari e docente al Consorzio UNO dal prossimo anno scolastico, studioso di lungo corso delle politiche linguistiche ed educative. «Ogni anno arrivano studenti sempre meno attrezzati sul piano della lingua, del pensiero critico, della capacità di leggere un testo complesso. All’università accogliamo studenti provenienti da tutti i percorsi, compresi i tecnici. Molti di loro, una volta superato il primo anno, dimostrano capacità straordinarie. Ma arrivano spesso con lacune che derivano non da mancanza di intelligenza, bensì da una formazione che li ha privati troppo presto di tempo e di contenuti».

I nostri studenti, quelli che scelgono il tecnico come quelli che scelgono il liceo, meritano tempo, cultura, competenze solide. Meritano una scuola che creda in loro. In un mondo del lavoro che cambia a velocità vertiginosa, la risposta non è formare lavoratori specializzati, ma persone capaci di adattarsi, di imparare, di ripartire. E questo richiede più cultura, non meno.

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