«Ero schiavo della droga. Mi hanno salvato i miei genitori»: Cabras, la storia di Daniele Trogu
Il racconto di un 43enne, che lancia un appello ai giovani: «Non buttate via la vita abusando degli stupefacenti»Per restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Per anni è rimasto intrappolato in una dipendenza che gli aveva cancellato affetti, progetti e voglia di vivere, inghiottendolo prima nel pozzo della cocaina e poi in quello dell'eroina. Esisteva solo la droga. Poi la svolta: «Sono stati i miei genitori a salvarmi, ero arrivato alla fine». E ora lancia un appello: «Ai giovani che fanno uso di stupefacenti dico di fermarsi, di non rischiare di abbandonare questa vita che è piena di cose belle. Ai genitori, invece, dico di non abbandonare i propri figli, ma di affidarli a chi sa come si esce da questo mondo malato e diabolico».
Racconta una parta dolorosa della sua vita Daniele Trogu, 43 anni, di Cabras. Oggi è felice a Verona, nella città dove ha deciso di trasferirsi qualche anno fa, dopo aver superato periodi difficili. Ha un bambino e fa il metalmeccanico. Per lui non è semplice ricordare a parole il suo percorso fatto di droga, spaccio, carcere e corse all'ospedale. Ha deciso di farlo dopo che, pochi giorni fa, a Cabras, in una via del centro storico, è stata trovata una bottiglia utilizzata per fumare il crack. Con la speranza che le sue parole vengano ascoltate. «Avevo 15 anni e non amavo le regole. Frequentavo sempre i ragazzi più grandi di me, li imitavo, così avevo iniziato a fumare le prime canne. Nelle discoteche invece poco dopo avevo provato le pastiglie di ecstasy, era diventata subito una dipendenza, ecco perché a quel punto avevo iniziato a spacciare. Avevo bisogno di soldi per comprarmi le sostanze. Non volevo fare del male a nessuno. Avevo perso completamente il controllo quando, a causa di un incidente, avevo perso il mio migliore amico. A quel punto, mi interessava solo la droga. Era come se mi aiutasse a colmare questa mancanza». Poi l'arresto, il carcare e gli arresti domiciliari per sette mesi. «Ma, una volta libero - racconta - era arrivata l'eroina». Sono stati i genitori di Daniele a salvarlo: «Senza di loro sarei morto. Un giorno stavo male, mi hanno portato in ospedale. Mia madre, pur di seguirmi, aveva deciso di labbandoare il lavoro». Daniele ha trascorso diversi anni nella comunità di San Patrignano. «Ho concluso il percorso nel 2019. Da quel momento è iniziata la mia seconda vita e ho imparato il lavoro che svolgo oggi».
Oggi Daniele vuole essere d'aiuto a chi rischia di imboccare la strada sbagliata: «Le famiglie devono fermare questi giovani che, per noia o per essere accecati dal gruppo, finiscono in questo tunnel. Da soli, i ragazzi non sempre riescono a capire quanto sia pericoloso. Si comincia con la canna, ma poi passare al resto è un attimo. Ai giovani dico invece che, piuttosto che provare queste sostanze, è meglio trovarsi un hobby, una passione, uno sport, un altro svago. Nei momenti di difficoltà bisogna imparare a chiedere aiuto, ascoltare e contare sulle persone care. Dalla droga si può uscire, la vita va vissuta, è bellissima».
