Da Paulilatino a Cagliari per dare il sangue ai due bimbi con la talassemia: «Il giorno dei donatori per noi era una festa»
Per Maria Candida e Alberto Urgu il paese 50 anni fa si era mobilitato: «Immensa gratitudine»Per restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
«Proviamo una gratitudine immensa». Sono passati decenni da quando i donatori di Paulilatino avanzavano lenti sulla Carlo Felice a bordo di un bus per raggiungere Cagliari e offrire il proprio aiuto a due bimbi talassemici che avevano sangue del Guilcier. Maria Candida e Alberto Urgu, 55 e 53 anni, sono figli di Guido Urgu, pediatra paulese trasferito a Cagliari per amore.
Per loro – insegnante alla primaria lei e giornalista di La7 lui – fin dagli anni Settanta il borgo dell’Oristanese si era mobilitato: da quel seme di speranza nel 1994 è nata la sezione che ora conta ogni mese una lista di prenotazioni da tutto esaurito con un donatore su quattro tra i residenti idonei. «All’inizio credo che venissero addirittura con i camion della ditta dei miei zii, una volta – non trovando un altro mezzo – erano arrivati col pullman della Polizia: tutto pur di non far saltare la raccolta», dice Maria Candida.
Ricordate quei giorni?
Maria Candida: «Assolutamente sì, per noi era il “giorno dei donatori”. Babbo andava ad accoglierli annunciando “Oggi ci sono i donatori” e poi c’era sempre qualche attività sociale, un pranzo: era una festa».
Alberto: «I donatori ci hanno aiutato fin dall’inizio, quando siamo nati con questa malattia, che allora aveva un’aspettativa di vita molto bassa, c’era stato questo moto di solidarietà in paese che era partito dai nostri zii Carlo e Lelle e si era poi esteso».
Un dettaglio che non è andato perduto?
M. C.: «Il clima di allegria e di trasporto che mi pare sia rimasto, perché anche ora l’Avis di Paulilatino continua a organizzare attività sociali».
A.: «Era un momento comunitario, una cosa spontanea che ora mi pare sia più strutturata».
Capivate di essere al centro di una cosa speciale?
M. C.: «Sapevamo che c’era questa mobilitazione, questo gesto d’amore degli zii, dei loro amici e di molte altre persone. Abbiamo per loro una gratitudine infinita, un debito di riconoscenza che non potrà estinguersi mai».
A.: «Capivamo che era una cosa importante perché i donatori, oltre ai medici e alla scienza, ci hanno permesso di continuare a vivere dandoci il tempo di vedere come tutto intorno a noi sia migliorato: oltre alle trasfusioni, prima facevamo una infusione che durava tutta la notte, una terapia pesantissima. Ora prendiamo una pastiglia e conduciamo una vita normale».
Quanto ha pesato sul vostro legame con Paulilatino?
M. C. «Fin da piccoli andavamo a domeniche alternate in paese a trovare nonna, ci siamo sempre sentiti parte di una comunità».
A. «È come una famiglia e il fatto che un cittadino su quattro a Paulilatino sia donatore ci rende orgogliosissimi, felici che il paese sia cosi solidale anche nel portare avanti questa cosa, tutti i nostri cugini hanno sempre donato».
Avete cercato di restituire parte dell’amore ricevuto?
M. C.: «Io sono molto riservata e se ho accettato di parlarne è proprio per questa gratitudine immensa, per poter dire un “grazie” enorme a chi ha iniziato e a chi ha continuato a donare».
A.: «Ci proviamo, cerchiamo di essere presenti quando ci chiamano. È un pensiero che commuove, commuove perché più di 50 anni fa loro hanno coltivato una speranza che si è rivelata tale e grazie alla quale siamo potuti andare avanti».
La Sardegna continua a importare sacche di sangue.
A.: «Purtroppo l’emergenza è continua. Noi possiamo dire che chiunque dona fa un gesto meraviglioso per tutti, perché il sangue serve per tantissime malattie».
M. C.: «Nonostante le terapie siano andate avanti, ogni due settimane servono le trasfusioni che solo la generosità delle persone può garantire».
