Sempre più spopolata (100mila abitanti in meno in 25 anni), quindi sempre più anziana. E, nonostante i centenari, con un’aspettativa di vita più bassa della media nazionale. Per capire, in media si muore prima che altrove. Ancora: la scolarizzazione è bassa, l’occupazione pure. La gente scappa dalle campagne dove scompaiono lentamente le aziende, in pochi hanno un’occupazione nel settore industriale (debole rispetto alla media nazionale) e troppi sono impiegati in settori con «bassa intensità di conoscenza», che non richiedono quindi particolari competenze specifiche. 

Ci sono le narrazioni. E poi ci sono i dati a raccontare la Sardegna. Gli ultimi, impietosi, li ha pubblicati ieri  l’Istat con il fascicolo sulle trasformazioni delle regioni italiane. Per l’Isola viene fuori che si sta meglio che negli anni Cinquanta del secolo scorso –  e meno male – ma il quadro complessivo attuale è tutt’altro che confortante. 

La popolazione

Dagli anni ’90 «il saldo naturale» tra nascite e decessi «diventa negativo, ma la Sardegna non beneficia di saldi migratori positivi significativi; pertanto, il declino demografico anticipa di quasi 15 anni la tendenza nazionale». Così si arriva a poco più di un milione e mezzo di abitanti. Nel 1991 erano oltre 1,6 milioni. «Per effetto delle dinamiche demografiche, l’invecchiamento della popolazione sarda è più pronunciato che a livello nazionale, ma soltanto a partire dagli ultimi 15 anni», scrive l’Istat: «Nel 2024 il numero di ultrasessantacinquenni ogni 100 giovani sotto i 15 anni  è arrivato fino a 283, contro un valore medio nazionale di 208». Tanti anziani, quindi. E si sa. Ma l’ulteriore elemento da prendere in considerazione è quello dell’aspettativa di vita: «Alla nascita,  nel 1974, era pari a 73,8 anni – oltre 1 anno in più rispetto al valore nazionale – ma nei decenni successivi è aumentata più lentamente che per l’Italia nel suo insieme, e nel 2025 è pari a 83,1 anni, contro 83,7 a livello nazionale». In questa “speciale” classifica la Sardegna  è la sestultima regione d’Italia. 

Istruzione e occupazione

Nel 1951 la Sardegna era una regione relativamente poco istruita: il 22% della popolazione con almeno 6 anni era analfabeta (9 punti in più rispetto al dato nazionale). Ma «anche nel 2024», avvertono dall’Istat, «in un contesto generale di diffusione dell’istruzione superiore, l’Isola presenta un’incidenza di laureati e diplomati di circa 7 punti inferiore ai valori medi nazionali». I tassi di occupazione risultano più bassi della media nazionale, sia nel 1977 sia nel 2025: come per l’Italia  in generale «l’incremento nei tassi è da ascriversi esclusivamente al contributo della componente femminile, mentre i tassi maschili si sono ridotti». Ma in che settori lavorano i sardi? «Attualmente la quota dell’industria è inferiore al 17%, circa 7 punti in meno del dato nazionale, e i servizi incidono per il 77%, circa 6 punti in più». La manifattura è poca, gli uffici tanti.  Capitolo agricoltura: «La contrazione dell’imprenditoria agricola è relativamente tardiva, ma analoga a quella nazionale». E fuori dalle campagne  l’occupazione «è caratterizzata da una quota relativamente alta di addetti nei servizi con bassa intensità di conoscenza – in particolare con riferimento alle attività di alloggio e ristorazione (+ 4,8 punti) e al commercio al dettaglio (+ 3,7 punti) – e nell’industria non manifatturiera, mentre è quasi nulla l’occupazione nei comparti industriali a medio-alta e alta tecnologia». 

Il capoluogo

La popolazione di Cagliari tra il 1861 e il 1981 passa da 33 mila a circa 197 mila abitanti (+595%) per poi declinare fino ai valori attuali (147mila)  «principalmente a causa della deurbanizzazione: nello stesso periodo, infatti, i comuni confinanti guadagnano popolazione. La quota di ultrasessantacinquenni nel capoluogo è leggermente più alta rispetto al resto dei comuni sardi». E pure il capoluogo invecchia. 

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