Il caso Scardella: «Quarant’anni senza Aldo, nessuno si è mai scusato»
Parla il fratello del giovane cagliaritano che, ingiustamente accusato di omicidio, si suicidò a Buoncammino dopo sei mesi di carcerePer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Sono passati quarant’anni. «Non provo rancore», giura Cristiano Scardella: «Ma il perdono non esclude la ricerca della verità e della giustizia».
Quarant’anni fa suo fratello Aldo, studente 25enne di Economia e commercio con alle spalle un’esperienza di militanza nel movimento del ‘77 (lato “Indiani metropolitani”) era in carcere: arrestato il 29 dicembre 1985 con l’accusa di aver partecipato, due giorni prima di Natale, a una rapina in un market di via dei Donoratico a Cagliari nel corso della quale era stato ucciso il commerciante Giovanni Battista Pinna. Detenzione preventiva: prima a Buoncammino poi a Oristano. Aldo trascorse 185 giorni sottoposto all’isolamento duro (vietato radersi, cambi d’abito negati, concessi solo quattro colloqui). In 185 giorni, nessun interrogatorio: aspettavano che crollasse e confessasse. Non è successo.
Il 2 luglio 1986 Aldo fu trovato impiccato in cella: “Muoio innocente”, lasciò scritto. Era vero: dieci anni dopo saltarono fuori i responsabili di quella rapina finita in tragedia. Aldo non c’entrava: uno dei più clamorosi errori giudiziari della storia d’Italia. Da allora la sua famiglia non ha smesso di lottare. E a combattere in prima fila, in sede giudiziaria ma anche con libri e petizioni, c’era (e c’è ancora) suo fratello Cristiano, oggi 61enne: «Siamo rimasti io e due sorelle. Nostro padre era già morto da due anni quando arrestarono Aldo. Miei fratelli, Franco e Mario, sono morti negli anni seguenti (Mario, brigadiere della Guardia di Finanza, di una leucemia esplosa durante la vicenda). Mamma è mancata nel 2018».
Ha fatto in tempo a vedere, a Cagliari, nel 2008, l’inaugurazione di una piazza intitolata ad Aldo.
«Sì, era presente alla cerimonia. Poi venne l’Alzheimer. Ma anche alla fine, se le mostravamo una foto di Aldo lo riconosceva, lo chiamava per nome e, lei che era una convinta sostenitrice delle forze dell’ordine, domandava: “Ma perché l’hanno arrestato?”».
E lei che risposta si dà? Perché l’hanno arrestato?
«Trovarono un passamontagna in un cortile a due palazzi dal nostro. Prove? Nessuna. Ma quell’indagine, a mio parere, è sempre stata politica: si cercarono i colpevoli negli ambienti dell’antagonismo politico, non in quelli della criminalità. Non parlerei di errore bensì di orrore giudiziario. E di diritti violati».
Voi familiari non avete mai avuto un risarcimento.
«No. Allora non esisteva la legge. E comunque non lo vorremmo».
Perché?
«A me, in tutti questi anni, ha sempre interessato solo una cosa: la verità».
Che a un certo punto è venuta fuori, ma troppo tardi. Nessuno vi ha mai chiesto scusa per l’errore?
«Mai. Nessun investigatore, nessun magistrato. Eppure un’istituzione democratica uscirebbe rafforzata se, avendo sbagliato, lo ammettesse e chiedesse scusa».
Nessuna eccezione?
«Sì, Enzo Tortora. Anche lui arrestato ingiustamente. Tre mesi dopo la morte di mio fratello, venne a Cagliari a mettere dei fiori sulla sua tomba. Tornò diverse volte, e scelse Aldo come simbolo della sua associazione “Giustizia giusta”. Stigmatizzò che per i ritardi negli atti d’indagine che prolungarono la detenzione in isolamento di Aldo il giudice istruttore dell’epoca se la fosse cavata con una semplice censura da parte del Csm: “Tanto vale una vita stroncata”. E questo quando a credere nell’innocenza di mio fratello eravamo solo noi familiari e chi lo conosceva da sempre. E aggiungerei l’avvocato Gianfranco Anedda, che Aldo scelse come difensore nonostante le lontanissime sensibilità politiche e che si è battuto molto per lui».
Il giudice istruttore dell’epoca ora fa l’opinionista in una trasmissione tv che si occupa di casi di cronaca nera e giudiziaria.
«Non guardo quella trasmissione. Mi piace “Il paradiso delle signore”».
Non segue nemmeno il caso Garlasco? Dopo 18 anni l’ipotesi di un gravissimo errore giudiziario sembra sempre più probabile.
«Provo a guardare qualcosa in tv ma non si capisce niente: perizie contro perizie, esperti che si parlano sopra. Trovo più chiari alcuni articoli di giornale».
Ha seguito il caso di Beniamino Zuncheddu? Un altro presunto colpevole, riabilitato ma solo dopo 33 anni di carcere.
«Certo, ho seguito la vicenda fin dall’inizio. Sono sempre stato convinto della sua innocenza. Ho anche partecipato alla raccolta di firme per chiederne la liberazione, quand’era ancora in carcere. E di recente ho firmato anche per la proposta di legge che porta il suo nome, quella per i risarcimenti alle vittime di errori giudiziari».
Meglio avere un colpevole in libertà che un innocente in carcere?
«Assolutamente sì. Il dolore di un innocente in carcere è troppo più grave del pericolo rappresentato da un colpevole in libertà».
Rispetto ai tempi di Aldo è cambiata la sensibilità sociale su questi temi?
«Ora ci sono i social, tanto per dire. Da un lato c’è più tutela, più attenzione. Dall’altro si rischia di replicare ondate di ostilità come quelle che abbiamo subìto noi».
Cosa avete subìto?
«La vittima di quell’omicidio era conosciuta e stimata, a Cagliari. E per molti, Aldo era il colpevole. Sa, gli esseri umani… Anche qui nel quartiere ci guardavano male. A mio fratello Franco spaccarono anche il vetro della macchina».
La tragica vicenda di suo fratello ha lasciato anche qualcosa di positivo?
«Più di qualcosa. Al primo posto metterei la riforma dell’isolamento in carcere: adesso un detenuto rimane in quelle condizioni per massimo 15 giorni, all’epoca di Aldo si poteva rimanere segregati per anni. Il disegno di legge era proposto da Psd’Az e Pci, con firmatari Francesco Macis, Luciano Violante e altri: fu siglato dal professor Giuliano Vassalli, all’epoca ministro di Grazia e giustizia, e dal presidente della Repubblica Francesco Cossiga».
Non è poco.
«Per niente. E aggiungerei l’introduzione dell’interrogatorio di garanzia, sempre per iniziativa di Violante e Macis. Il magistrato poteva vietare il colloquio all’avvocato col suo assistito: adesso non più. La morte di Aldo fece riaprire il dibattito in Parlamento sulla carcerazione preventiva. E portò anche una novità importante per voi giornalisti».
Sarebbe?
«Una sentenza della Cassazione del 2009 dice che quando succedono fatti gravi come quelli accaduti ad Aldo Scardella il giornalista può usare termini anche molto forti e crudi nei confronti del magistrato che ha causato il danno. Tutte le mie denunce, anche in Europa, hanno evitato casi giudiziari simili, e queste leggi non sarebbero mai state attuate se non avessi tenuto alta l’attenzione sull’ingiustizia che ha subìto».
