C’è una domanda che torna, ciclica e scomoda, ogni volta che si parla di sicurezza e legalità in Sardegna: esiste la mafia nell’isola? È proprio intorno a questo interrogativo che venerdì 17 aprile 2026, alle ore 18, si aprirà il dibattito organizzato dal Centro Servizi Culturali UNLA di Oristano, dalla Biblioteca Gramsciana Onlus e dall’associazione NUR, in collaborazione con la Libreria Canu. Sul palco si confronteranno due voci di grande peso: Giovanni Impastato, fratello di Peppino, il giornalista e attivista ucciso da Cosa Nostra il 9 maggio 1978, e Antonio Flore, storico e ricercatore con una lunga esperienza nello studio dei fenomeni di delinquenza organizzata in Sardegna.

Giovanni Impastato porta con sé una testimonianza che non appartiene ai libri di testo, ma alla carne viva di una famiglia cresciuta dentro la cultura mafiosa di Cinisi, in provincia di Palermo. «Quando io e Peppino eravamo bambini», racconta, «la mafia per noi era la naturale regola dell’universo». Una normalità assorbita fin dall’infanzia, fatta di gerarchie non scritte, di obbedienze non discusse, di una pace apparente che si reggeva sul silenzio e sulla paura altrui. Poi arrivò lo strappo. «Le cose cambiarono improvvisamente nel 1963, con la morte dello zio Cesare Manzella, il capomafia di Cinisi. In quel momento abbiamo, per la prima volta, associato alla mafia qualcosa di negativo, di brutale, di mortale. Le persone che fino ad allora ci trasmettevano sicurezza e pace, ora ci esponevano a una profonda paura». Fu quella morte violenta, quella rivelazione improvvisa del volto reale del potere criminale, a segnare il punto di non ritorno. Giovanni capì, e volle spezzare le sue catene. Capì e superò le regole del suo mondo. Da allora non si è più fermato. Oggi, dall’osservatorio di Casa Memoria e del Centro Impastato di Cinisi, realtà che da oltre quarant’anni lavorano in prima linea nella lotta alla criminalità organizzata, Giovanni Impastato continua a fare quello che suo fratello Peppino aveva iniziato: raccontare la mafia senza sconti e costruire anticorpi culturali contro di essa.

A dialogare con lui, Antonio Flore, studioso dei fenomeni di delinquenza nell’isola, che è tra le voci più preparate per rispondere alla domanda che dà il titolo alla serata. Una domanda che non è nuova. Già nel 2007, il sociologo Pino Arlacchi pubblicava il saggio “Perché non c’è la mafia in Sardegna: le radici di una anarchia ordinata”, un testo che offriva una lettura originale della specificità sarda, individuando nella struttura sociale dell’isola gli elementi che avrebbero storicamente reso il terreno poco fertile per le organizzazioni di tipo mafioso. Ma quanto quella lettura regge ancora oggi? Quanto è cambiato il paesaggio criminale della Sardegna negli ultimi vent’anni? E soprattutto: l’assenza di una mafia «autoctona» significa davvero assenza di infiltrazioni mafiose? Sono queste le domande a cui l’incontro proverà a dare risposta, senza semplificazioni.

«L’incontro non si propone come una commemorazione né come una lezione accademica», spiega Giuseppe Manias, moderatore dell’incontro, «ma come uno spazio di confronto civile, aperto a tutti. In mattinata, infatti, anche gli studenti delle classi quarte e quinte dell’Othoca avranno la possibilità di incontrare i relatori. In una stagione in cui il dibattito pubblico sulla legalità rischia di ridursi a slogan, la presenza di Giovanni Impastato, con la sua storia familiare, il suo dolore trasformato in militanza, la sua capacità di leggere le mafie dall’interno, rappresenta una voce rara e preziosa, che merita di essere ascoltata e interiorizzata».

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