Il ministro Zangrillo a Cagliari: «Voglio la generazione Zeta nella pubblica amministrazione»
«Premieremo i meritevoli. Nel 2027 la tessera elettorale digitale»Il ministro della Pubblica Amministrazione Paolo Zangrillo (ANSA/RICCARDO ANTIMIANI)
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Smontare luoghi comuni è diventato l’hobby principale di Paolo Zangrillo, di mestiere ministro della Pubblica amministrazione, oggi a Cagliari per due incontri su semplificazione e formazione: il primo, con le imprese, alla Camera di commercio, l’altro nel pomeriggio all’ex Manifattura. «Non è vero che il settore pubblico è condannato all’inefficienza», spiega alla vigilia, «dipende da come è organizzato. Anche per questo lavoriamo tanto sulla semplificazione».
Se ne parla da sempre...
«Il lavoro di semplificazione si faceva anche prima, ma sempre nel chiuso degli uffici. Visto che l’obiettivo è rendere la vita più semplice ai cittadini e alle imprese, abbiamo detto: chiediamo a loro dove bisogna intervenire. Vengo a Cagliari per proseguire il confronto».
A cosa sta portando questo lavoro?
«Beh, abbiamo avviato circa 450 percorsi di semplificazione amministrativa, approvati anche dall’Ue, su altrettanti rapporti tra i cittadini e la pubblica amministrazione».
Può fare qualche esempio concreto?
«Iniziamo dalle farmacie: con un sistema sanitario in sofferenza, ora sono punti di riferimento in cui si può scegliere il medico di base, fare alcune vaccinazioni, ottenere servizi di telemedicina senza passare dalle Asl. Passiamo al commercio: prima i negozianti dovevano conservare per dieci anni le tracce cartacee delle transazioni con i Pos. Ora non più, sono digitalizzate».
E quali altri progetti di semplificazione ha in atto?
«Uno quasi pronto è la carta di identità per gli ultrasettantenni, che sarà valida per sempre. Non la dovranno più rinnovare. E poi stiamo lavorando alla tessera elettorale digitale: alle Politiche del 2027, se tutto va bene, non sarà più necessario avere quella cartacea, e magari dover fare la fila in Comune per rinnovarla. Lei ce l’avrà sul suo smartphone e la mostrerà al seggio con quello».
Lei arriva a Cagliari anche per un’iniziativa sulla formazione dei dipendenti pubblici. Qual è la finalità?
«Vede, quando mi sono insediato al ministero, nel 2022, tra i primi dati che ho notato è il fatto che i dipendenti pubblici italiani facessero, in media, 6 ore di formazione all’anno. In un’epoca di stravolgimenti tecnologici, mi sembrava necessario lavorare di più sulle competenze dei lavoratori. Perciò ho varato una direttiva per arrivare ad almeno 40 ore annue, e abbiamo creato, con le università e le imprese, degli hub formativi nelle regioni destinati al settore pubblico. Attualmente, il dato medio è già salito a 38 ore di formazione all’anno».
La PA, nell’opinione pubblica, resta però sinonimo di inefficienza. È una narrazione corretta?
«No. Io vengo dal settore privato: qualcuno che non fa al meglio il suo lavoro c’è sia lì che nel settore pubblico. L’efficienza di un’organizzazione dipende da quanto siamo in grado di coinvolgere le persone. Il buon datore di lavoro è quello che tira fuori il meglio dal suo personale».
E questo nel pubblico è più difficile?
«Le dirò, quando sento parlare di queste differenze rimango un po’ disorientato. Secondo me ogni organizzazione funziona secondo regole comuni: se diamo attenzione alle persone, premiamo i meritevoli, mostriamo ai giovani la possibilità di fare carriere stimolanti, poi i risultati arrivano. Serve, anche alla PA, un po’ di cultura manageriale».
I giovani, dice? Ma la sensazione è che il posto pubblico non sia più un obiettivo ragionevole. Forse neppure desiderabile.
«Anche questa è una visione lontana dalla realtà, dovuta a dieci anni di blocco totale del turnover. Ma sa che nel triennio 2023-2025 sono state assunte 614mila persone? E il 60% di loro ha meno di 40 anni. L’anno scorso, per la prima volta dopo molto tempo, la curva del numero dei dipendenti pubblici è risalita».
Non abbiamo già una PA troppo elefantiaca?
«Ennesimo luogo comune: in Italia il rapporto tra dipendenti pubblici e popolazione è del 5,8%, la media dei Paesi europei con cui ci confrontiamo (Germania, Spagna e così via) è del 9%. Non è vero che abbiamo una PA ridondante, semmai avevamo – questo sì – un sistema di reclutamento inefficiente: nel 2021 il tempo medio per assumere una persona era di due anni, ora l’abbiamo ridotto a cinque mesi».
Lei ha detto che da qui al 2032 andrà in pensione un milione di dipendenti pubblici. Saranno sostituiti?
«Certo che dobbiamo sostituirli. Perciò dico che è necessario rendere più attrattiva la PA. Abbiamo bisogno della generazione Zeta. Servono nativi digitali che ci aiutino ad affrontare il futuro utilizzando le nuove tecnologie, a partire dall’intelligenza artificiale».
Come si fa a rendere attrattivo il posto pubblico?
«Con procedure rapide di reclutamento, formazione e valorizzazione dei lavoratori, possibilità di guadagnare il giusto, possibilità di crescita per i meritevoli, e un equilibrio corretto tra vita professionale e personale».
Guadagnare il giusto forse è la cosa più difficile, data la crisi del potere d’acquisto degli stipendi in Italia.
«È vero, e nella PA c’è una lunga tradizione di rinnovi contrattuali in grave ritardo. Quando sono diventato ministro, ho chiuso nel 2023 la contrattazione del triennio 2019-21, pensi lei. Ma stiamo accelerando, grazie anche all’aiuto del Mef e del Governo: nelle leggi di bilancio sono stati già stanziati 30 miliardi per tre tornate di rinnovi contrattuali, e nel 2025, per la prima volta, abbiamo iniziato a discutere un rinnovo (per il 2025-2027) nel primo dei tre anni di riferimento».
Anche premiare il merito è un obiettivo mai raggiunto.
«Non è semplice, ma se le cose si vogliono fare si fanno. La Corte dei conti nel 2023 ha sottolineato che nella PA il 95% dei dipendenti ottiene valutazioni eccellenti: un po’ distante da quello che la gente percepisce. Non c’è un modo di valutazione adeguato. Il mio disegno di legge già approvato alla Camera, che dovrebbe passare ad aprile anche in Senato, introduce nuovi meccanismi: anche la PA potrà valutare come accade nel privato. Vale a dire che un lavoratore non potrà fare carriera solo per concorso interno, sulla base di quel che studia, ma anche in base alle valutazioni espresse dai suoi superiori sui suoi risultati e sul suo lavoro».
Lei ha detto che anche per i giudici bisognerebbe introdurre criteri meritocratici.
«Beh, oggi abbiamo un organo di gestione della categoria, il Csm, che attribuisce valutazioni positive al 99,6 per cento dei magistrati. Eppure dal 1992 ci sono state 80mila persone ingiustamente incarcerate: non è credibile che tutti abbiano valutazioni positive. Anche per questo sono convintamente un sostenitore del sì».
Marina Berlusconi ha detto che bisogna togliere il dibattito referendario dalle gabbie ideologiche. Condivide?
«Totalmente. Su questi temi non ci sono soluzioni di destra o di sinistra, del resto anche eminenti giuristi di sinistra sono a favore del sì».
Però il capo di gabinetto del ministro Nordio, Giusi Bartolozzi, ha appena paragonato la magistratura a dei “plotoni d’esecuzione”.
«Guardi, per favorire il corretto coinvolgimento dei cittadini su una materia non semplice dobbiamo evitare i toni da battaglia. Io non penso assolutamente che la separazione delle carriere vada contro la magistratura, anzi: ritengo che liberare la magistratura dal correntismo la renda ancora più indipendente, come prescrive la Costituzione, e le attribuisca maggiore riconoscibilità».
