Women’s Bodies as Battlefields, appuntamento dal 28 agosto al MuA di Sinnai
Arriva il progetto vincitore del World Press Photo 2025Per restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Che cosa resta di una guerra nei corpi e nelle vite di chi l’ha attraversata? E come può la fotografia raccontare la violenza senza trasformare nuovamente le persone in oggetti esposti allo sguardo?
Sono alcune delle domande poste da Women’s Bodies as Battlefields, il progetto a lungo termine della fotogiornalista italiana Cinzia Canneri, che dal 28 agosto al 4 ottobre sarà ospitato dal MuA – Museo e Archivio di Sinnai. Il lavoro, vincitore regionale per l’Africa del World Press Photo 2025 nella categoria Long-Term Projects, racconta le esperienze delle donne eritree e tigrine costrette a muoversi tra Eritrea, Etiopia e Sudan, in territori segnati dalla repressione politica, dalla guerra e dalle migrazioni forzate.
Il progetto è iniziato nel 2017, quando Canneri ha cominciato a seguire le storie delle donne in fuga dall’Eritrea e dirette verso l’Etiopia. Molte lasciavano un Paese nel quale il servizio nazionale può prolungarsi per un tempo indefinito e attraversavano il confine esponendosi alla detenzione e a diverse forme di violenza.
Con la guerra del Tigray, scoppiata nel novembre 2020, la ricerca si è estesa alle donne tigrine. La fotografa ha così riunito all’interno di uno stesso racconto le vicende di donne appartenenti a gruppi differenti, ma accomunate dall’esperienza della violazione dei diritti, dello sradicamento e della violenza sessuale utilizzata come strumento di repressione e di guerra.
Il titolo del progetto è netto: i corpi delle donne diventano campi di battaglia. Non si tratta soltanto di una metafora, ma è sul corpo femminile che il potere militare e politico esercita il proprio controllo, colpendo la singola persona e, attraverso di lei, l’intera comunità. Nelle storie raccolte da Canneri, il corpo conserva le conseguenze visibili e invisibili del conflitto, ma non viene rappresentato esclusivamente come il luogo della ferita.
È questo uno degli aspetti più importanti del progetto. Le donne fotografate non sono ridotte al ruolo di vittime e non diventano immagini indistinte di una tragedia lontana. Hanno un nome, una storia, relazioni familiari, desideri e progetti. La fotografia documenta ciò che hanno subito, ma cerca anche ciò che continua a esistere oltre la violenza: la cura, la solidarietà, la volontà di ricostruire la propria vita e, quando necessario, la capacità di resistere.
Canneri mette in discussione anche l’uso troppo semplice della parola “resilienza”. Non tutte le ferite possono essere superate e il dolore non deve necessariamente trasformarsi in una storia positiva. La forza può convivere con la fragilità, la paura, la rabbia e il lutto. Raccontare queste donne significa allora restituire la complessità delle loro esperienze, senza chiedere loro di apparire sempre forti e senza utilizzare la sofferenza come una scorciatoia emotiva.
La lunga durata del progetto ha consentito alla fotografa di costruire un rapporto di ascolto e fiducia con le persone incontrate. A differenza delle immagini legate all’emergenza, concentrate spesso sull’istante più drammatico, Women’s Bodies as Battlefields osserva anche ciò che accade prima e dopo. La guerra continua nelle conseguenze sulla salute, nella separazione dalle famiglie, nelle difficoltà della maternità, negli spostamenti e nella faticosa ricerca di una nuova quotidianità.
Le fotografie nascono quindi da una relazione. Non si limitano a registrare un avvenimento, ma accompagnano le persone nei luoghi in cui provano a ricostruire la propria esistenza. La giuria del World Press Photo ha riconosciuto proprio la profondità di questo impegno, sottolineando la fiducia instaurata con le donne fotografate e la capacità di alternare il peso della violenza a momenti di intimità, bellezza e tenerezza.
C’è poi un’altra questione che attraversa il progetto. Canneri è una fotografa italiana che lavora in territori profondamente segnati dalla storia coloniale dell’Italia. L’autrice non nasconde il punto dal quale guarda, ma lo interroga. Fotografare non è infatti un atto neutrale: significa scegliere cosa mostrare, come raccontarlo e quali parole associare alle immagini.
Per evitare che lo sguardo occidentale riproduca le stesse distanze che vorrebbe denunciare, il lavoro è stato sviluppato attraverso il confronto con le comunità locali e con le diaspore eritree e tigrine. Da questa esperienza è nato nel 2024 Cross Looks, un collettivo composto da donne italiane, eritree, tigrine e sudanesi, impegnato nella costruzione di un racconto condiviso sulle disuguaglianze di genere, classe e appartenenza culturale.
Anche la formazione di Canneri contribuisce a spiegare la natura del progetto. Laureata in psicologia, ha lavorato per circa vent’anni nel settore sociale e nei servizi per la salute mentale, occupandosi di inclusione e costruzione di comunità. Il successivo passaggio alla fotografia professionale non rappresenta una rottura, ma la prosecuzione, attraverso le immagini, di una ricerca sulle persone, sulle relazioni e sui diritti umani.
Portare Women’s Bodies as Battlefields al MuA significa dunque presentare un progetto fotografico riconosciuto a livello internazionale, ma anche aprire uno spazio di confronto sul valore e sui limiti della testimonianza. Rendere visibile la violenza è necessario, ma non è sufficiente. Occorre domandarsi come la si racconta, quale rapporto viene costruito con le persone fotografate e quale responsabilità viene affidata a chi osserva.
La mostra sarà inaugurata venerdì 28 agosto con un incontro con Cinzia Canneri dedicato alla genesi del progetto, all’esperienza sul campo e alle responsabilità etiche del fotogiornalismo. Sabato 29 agosto la fotografa condurrà inoltre il workshop Chi sono, chi sei. Ritratto, autoritratto e relazione come forme di cura.
Le immagini esposte al MuA non chiedono di contemplare passivamente il dolore. Chiedono di riconoscere le persone che continuano a esistere oltre ciò che è stato fatto ai loro corpi. È nel passaggio dalla ferita alla presenza, dall’immagine alla relazione e dalla visione alla responsabilità che il progetto di Cinzia Canneri trova la sua forza più profonda.
