L’Italia oramai è un paese in perenne emergenza causa maltempo e l’arrivo di ogni perturbazione comporta allarmi e annunci spesso troppo carichi di catastrofismo. L’impressione, a volte, è che si fatichi eccessivamente a fare i conti con i fenomeni naturali e non si riesca a riflettere in maniera proficua su come convivere con un clima in rapido mutamento. È indubbio, infatti, che siamo di fronte più frequentemente di un tempo a fenomeni atmosferici estremi. Bombe d’acqua, alluvioni, tempeste di vento non sono, infatti, più rarità alle nostre latitudini. È impensabile allora pensare di affrontare i rischi connessi con eventi naturali anche estremi ricorrendo un giorno sì e l’altro pure alla Protezione civile.

A temi come questo è dedicato il saggio Fuori dalle emergenze (il Mulino, 2026, pp. 240, anche e-book) di Erasmo D’Angelis e Mauro Grassi, tra i maggiori esperti italiani di infrastrutture e protezione civile.

Il saggio parte da alcuni dati e da alcune consapevolezze. Tra alluvioni, frane, terremoti, ondate di calore, eruzioni dei vulcani attivi, eventi meteoclimatici devastanti con temporali a carattere “esplosivo” e altri disastri siamo una penisola-showroom di rischi naturali, con vittime e distruzioni a ogni evento. In vent’anni abbiamo speso come paese più di 230 miliardi solo per riparare i danni, come se fossimo sempre in guerra. In media quasi 12 miliardi l’anno contro appena 3,8 miliardi per la prevenzione, soprattutto antisismica.

Il cambiamento climatico mette a dura prova luoghi e persone, ma cedere al catastrofismo non è la risposta. Bisogna cominciare a prevenire le situazioni a rischio migliorando il governo del territorio così da evitare frane e smottamenti e impedendo ogni tipo di costruzione in aree pericolose. Dobbiamo ricominciare – perché fino a qualche decennio fa si faceva – a monitorare e gestire corsi d’acqua naturali ed artificiali per evitare il più possibile esondazioni e alluvioni. Bisogna poi provare a intervenire su edifici ed infrastrutture per renderle adeguate alla sfida di fenomeni atmosferici capaci di mettere a dura prova edifici, ma anche ponti e strade. Abbiamo conoscenze e tecnologie, risorse economiche ed esperienze operative a livelli più alti di sempre. Dobbiamo mettere a frutto questi strumenti per adattarci alla natura che cambia. Certo, le politiche di governo del territorio richiedono grandi risorse ma si può fare molto anche con semplici operazioni a livello locale e quotidiano.

Anche la “base”, cioè noi italiani, fa troppo poco per monitorare e accudire il territorio. I nostri nonni, per esempio, molto più che oggi vivevano in campagna e sulle pendici dei monti e sapevano benissimo di doversi prendere cura dell’ambiente circostante, senza bisogno di leggi e norme che lo imponessero. Sapevano di dover tenere sgombri i canali, controllare le frane, anche piccole, fare manutenzione di argini e sentieri. Era un modo per proteggersi da problemi più gravi in futuro. Oggi, viceversa, viviamo quasi tutti in città e sembriamo non aver consapevolezza alcuna del fatto che l’ambiente che ci circonda è “vivo” e va gestito. Una gestione che può passare anche da semplici segnalazioni alle autorità di problemi o abusi, oppure dalla scelta di dedicare ore di volontariato al servizio della propria città o paese. In Alto Adige, per esempio, esiste una tradizione antica e mai passata di moda, per cui ogni paese, grande o piccolo che sia, ha la sua caserma di vigili del fuoco volontari. Persone del posto che sorvegliano e intervengono prima che ci siano dei problemi, senza aspettare le lentezze pachidermiche dello Stato.

È a questi modelli che tutti dobbiamo guardare, invece di passare il tempo a invocare aiuti, stati di calamità e dimissioni varie quando il fango ci ha già sommersi. Insomma, basta con la gestione delle solo emergenze e ritroviamo la capacità organizzare, programmare, progettare anche sul lungo periodo. E soprattutto partiamo dal presupposto che la Natura non può essere dominata come si è pensato a lungo di fare costruendo un po’ ovunque, ma non deve neppure essere vista come una punizione divina, contro la quale siamo inermi.

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