Fino alla fine del XVI secolo la maggior parte della produzione pittorica rappresentava soggetti di carattere storico o religioso, gli unici generi ritenuti “nobili” assieme ai ritratti che, di solito, erano dedicati a personaggi importanti, (papi, cardinali, principi). In quegli anni però si affermò negli artisti il desiderio di un maggiore realismo che li portò a dipingere scene di vita quotidiana, nature morte, paesaggi, interni domestici. Nascevano così nuovi generi pittorici destinati a privilegiare la rappresentazione della realtà.

Caravaggio fu il pittore che per primo e meglio degli altri fece proprio il realismo per rompere in maniera originale e personale con la tradizione. Il realismo caravaggesco spiazzò i contemporanei: scelse, infatti, di rappresentare non solo momenti della vita quotidiana, ma persino i personaggi sacri non in modo idealizzato ma prendendo a modelli personaggi del popolo, con le loro miserie e con i segni di una vita stentata o dissipata. Le scene che rappresentava erano poi immerse in drammatici contrasti di luce e tenebre, le forme emergevano dal buio con un forte impatto e una potenza mai vista in precedenza.

Per la sua originalità e la sua capacità visiva ed evocativa, Caravaggio impressionò e, allo stesso tempo, scandalizzò uomini e donne del suo tempo. Rappresentava un enigma, anche perché in lui convivevano il grande artista, il genio, ma anche la sregolatezza di un uomo che sembrava incapace di contenere le proprie passioni. Troppo moderno per appartenere davvero al suo tempo, troppo sfuggente per essere rinchiuso in date e documenti, Michelangelo Merisi, questo il nome di battesimo di Caravaggio, continua ancora oggi a sfidare ogni definizione, sospeso tra presenza e assenza. All’abbondanza di notizie su risse e processi che hanno contribuito a tramandare fino ai nostri giorni il cliché dell’artista maledetto si contrappongono infatti vuoti e tracce irregolari che scandiscono i misteri dell’apprendistato, le fughe e i delitti, le rivoluzioni pittoriche, alimentandone il fascino. Appare quindi quasi impossibile delineare una biografia tradizionale di Caravaggio.

La copertina del libro

Probabilmente per questa ragione Francesca Cappelletti, direttrice della Galleria Borghese di Roma e tra le maggiori esperte dell’artista, presenta nel saggio Caravaggio (Mondadori, 2026, pp. 192) non una biografia convenzionale, ma piuttosto un appassionante viaggio alla scoperta della vita e del genio Michelangelo Merisi attraverso dieci delle sue opere più note. Le stesse che i contemporanei amarono e odiarono, in entrambi i casi con poca misura, anzi, con molti eccessi. Così, nel volto pallido del Bacchino malato possiamo forse riconoscere quello del pittore abbandonato agli eccessi del vino, o la sua immagine fragile e sofferente; nei ripensamenti ravvisabili nel drammatico Giuditta e Oloferne affiora il carattere tormentato dell’autore; nella figura sullo sfondo del Martirio di San Matteo, autoritratto di Caravaggio, si coglie un’insondabile malinconia. Colpisce poi per il suo realismo e per la modernità dell’antiretorica un’opera come La buona ventura, dipinta attorno al 1595 e oggi conservata ai Musei capitolini di Roma (una seconda versione dello stesso soggetto venne realizzata da Caravaggio alcuni anni dopo ed è oggi proprietà del museo Louvre di Parigi). Il dipinto è una dimostrazione della vena realistica e antiretorica di Caravaggio e del suo interesse per i soggetti tratti dalla vita quotidiana. Il titolo riassume solo parzialmente quanto l’opera racconta: una zingara, facilmente identificabile per il turbante e per il mantello di lana portato di traverso, legge la mano ad un giovane, ma nello stesso tempo gli sottrae, con destrezza, un anello dal dito. Spunto per il dipinto non è quindi un’azione eroica o un apologo morale, ma un inganno consumato con abilità, come ne dovevano accadere molti per le vie della Roma del tempo, già meta di migliaia di pellegrini. Impressiona, al di là della particolarità del soggetto, la resa pittorica di Caravaggio, la sua abilità nel rappresentare, con un realismo che è tutto nuovo nella pittura dell’epoca, la situazione e i personaggi: il giovane vanitoso che vuole conoscere il proprio futuro, tutto fiero del proprio bel vestito, del cappello piumato e della spada al fianco; la zingara con lo sguardo in cui lampeggia la furbizia di chi è abituato ad ogni espediente per vivere.

Quello che abbiamo detto è solo un esempio di come siano i dipinti le testimonianze migliori per scoprire Caravaggio. Dipinti straordinari per la capacità di rendere i riflessi e lo splendore del nero, portando sulla tela la qualità stessa dei materiali con una perizia difficilissima da eguagliare, forse maturata tra le molte luci e ombre della sua esistenza. Una pittura capace di cambiare per sempre il destino dell’arte e di tenere vivo l’enigma di Caravaggio: un enigma in cui, ancora una volta, a parlare sono i suoi quadri.

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