L’aumento della longevità umana viene descritto come una bomba a orologeria: pensioni al collasso, sanità al tracollo, giovani depredati di un futuro. Federico Rampini non ci sta e lo scrive a chiare lettere nel suo ultimo libro intitolato Argento vivo (Mondadori, 2026, Euro 20,00, pp. 252. Anche Ebook), manifesto per la sua generazione, oggi alle prese con una vecchiaia che nessuno ha mai vissuto così a lungo, in salute e ricca di possibilità. Una vecchiaia che deve combattere prima di tutto con alcuni stereotipi ben radicati nei confronti di chi viaggia verso i settant’anni. Un pregiudizio invisibile che discrimina gli anziani: l’ageismo. In un mondo come quello contemporaneo che glorifica la giovinezza e marginalizza l’età avanzata, l’ageismo si manifesta attraverso la riduzione dei diritti, la svalutazione dell’esperienza e l’emarginazione sociale. Rampini ribalta la prospettiva. Con l’ironia di chi corre maratone a settant’anni e ha aperto un’impresa nell’età in cui in Italia si andrebbe in pensione, smonta l’industria del panico demografico.

I dati, infatti, dicono la longevità è la vera rivoluzione del nostro tempo. Ma è davvero così?

«Certo, perché è un fenomeno che non ha precedenti. Una specie che allunga la propria vita di decenni, non si era mai vista. Stiamo inventando una nuova età della vita, come accadde con l'adolescenza. Eppure, la raccontiamo come una catastrofe: l'industria del panico trasforma in sciagura una delle più grandi conquiste del progresso umano, in Italia soprattutto, si sente parlare solo di aumento del costo delle pensioni e della sanità, risorse sottratte ai giovani. Rischiamo una profezia che si autoavvera».

Quali marce in più hanno le persone coi “capelli d'argento” del nostro tempo?

«Stiamo meglio, di salute e di portafoglio, di tutti gli anziani del passato. Il cervello maturo è più lento ma più profondo: coglie il contesto, distingue l'essenziale, tollera l'ambiguità. Si chiama saggezza. La curva della felicità risale dopo i 50. Inoltre siamo il mercato di consumatori più ricco e la maggiore riserva di risparmio del pianeta. In tanti continuiamo a produrre ricchezza anche da pensionati: lavoro, impresa, volontariato, aiuto a figli e nipoti».

Quali nazioni hanno capito in anticipo la rivoluzione della longevità?

«Il Giappone, primo a sperimentare denatalità e record di centenari, la vive come un dividendo e richiama gli anziani al lavoro. Singapore ha fatto della formazione permanente una politica nazionale. In America non c'è un'età obbligatoria per smettere: quando in Italia sarei andato in pensione, a New York sono diventato imprenditore, circondato da coetanei che fanno la stessa cosa. La Cina organizza da anni fiere industriale dedicate alla silver economy».

La Sardegna la definirebbe un laboratorio della longevità?

«Sì, è una delle zone al mondo con più centenari, si avvicina ai record dell’isola giapponese di Okinawa e gli scienziati vengono a studiarla. È il paradosso italiano: il mondo vuole capire e imitare la nostra qualità della vita, mentre in casa raccontiamo l'invecchiamento come una sciagura nazionale. Due luminari italiani della longevità, dei quali nel libro spiego le scoperte, sono tra gli scienziati emigrati in America per fare ricerca».

Ma non rischiamo di tarpare le ali ai giovani puntando sulla longevità?

«È il pensiero a somma zero, analfabetismo economico: il lavoro non è una torta fissa da spartire. Svezia, Giappone e Stati Uniti hanno molti anziani al lavoro e non per questo la disoccupazione giovanile più alta, anzi. Chi lavora consuma, investe, crea opportunità per tutti. La gerontocrazia nelle stanze del potere è un'altra cosa, e l'Italia ne soffre. In America convivono settantenni che fondano imprese, e trentenni alla guida di start-up nella Silicon Valley californiana».

Nel libro ha dato spazio alla sua famiglia e a molti ricordi personali... come mai?

«Perché la longevità si vive sulla propria pelle. I miei 70 anni e la nascita della nipotina India mi hanno quasi obbligato a scrivere questo libro che è dedicato a lei, a mia moglie, una mia coetanea che lavora più di me, e a mia madre che ha 92 anni. Le donne della mia famiglia, mia madre Maria Pia, le nonne, la prozia Ortensia che a 96 anni recitava Carducci a memoria, conoscevano l'arte di durare senza lagnarsi. Da mia madre ho imparato a dimenticare il peggio e ricordare il meglio».

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