Russia, 26 ottobre 1941. Martin Bora è sempre ufficiale della Wehrmacht ed è sempre più diviso tra l’obbedienza alla divisa e l’avversione agli orrori del nazismo. Ha un braccio rotto, è sopravvissuto miracolosamente a una cattura e a una fuga rocambolesca dietro le linee. Nonostante sia ferito ed esausto, nel cuore della notte Bora riceve dai suoi superiori un incarico inatteso: fare luce sulla morte del maggiore Alt, “caduto sul campo”, almeno secondo le conclusioni ufficiali. L’indagine però si trasforma ben presto in un pellegrinaggio attraverso gli atroci massacri nazisti compiuti sul fronte orientale. Muovendosi tra le strade di Odessa, dove le SS hanno appena compiuto terribili rappresaglie contro la popolazione in gran parte ebraica, il malinconico Martin Bora inizia a sospettare che il maggiore Alt non sia semplicemente caduto sul campo, che forse c’è qualcosa di più. Bora si trova così a seguire il duplice filo della ricerca sulla strana morte di Alt e sulle stragi perpetrate dall’esercito romeno appoggiato dalle SS. Un filo che corre pericolosamente, troppo pericolosamente, sull’orlo del precipizio

Tra amori perduti e traffici illegali, serate folli e pogrom sanguinosi, nel tredicesimo capitolo della saga di Martin Bora intitolato Lo specchio del pellegrino (Sellerio, 2026, Euro 17,00, pp. 510. Anche Ebook. Traduzione di Luigi Sanvito) Ben Pastor ci trascina sul fronte orientale e nella città-simbolo di Odessa, iconica, misteriosa, affascinante. Qui, l’ufficiale della Wehrmacht dovrà ancora una volta mettere alla prova le sue doti investigative. E tuttavia, risolvere il caso di omicidio non gli permetterà di sciogliere il dramma della sua coscienza tormentata, quello di essere un uomo giusto in una divisa sbagliata.

A Ben Pastor chiediamo però, prima di tutto, come è stato ritrovare Martin Bora a qualche anno di distanza dall’ultimo romanzo incentrato su di lui:
“È stato come ritrovare una persona conosciuta da molto tempo: non un personaggio da reinventare, ma qualcuno con cui riallacciare un dialogo interrotto. Bora continua a sorprendermi perché conserva una forte coerenza interiore, ma ogni nuova storia lo costringe a misurarsi con aspetti diversi di sé”.

In che fase della sua vita di uomo e soldato si trova Bora in questo romanzo?
“È un uomo ormai esperto, segnato dagli eventi e meno incline alle illusioni. Ha imparato che la guerra non offre risposte semplici e che il dovere entra spesso in conflitto con la coscienza. Proprio questa tensione ininterrotta è il motore del personaggio e delle sue indagini”.

Perché la città di Odessa come palcoscenico del romanzo?
“Perché Odessa è un luogo di confine, dove culture, lingue e destini si sono intrecciati per secoli. Durante la Seconda guerra mondiale è stata teatro di eventi drammatici e poco conosciuti dal grande pubblico. Mi interessava raccontare una realtà complessa, ricca di fascino ma anche di profonde contraddizioni”.

Quando ha cominciato a scrivere i romanzi con Bora protagonista, più di 25 anni fa, la guerra sembrava quasi una cosa anacronistica per noi europei. Oggi non è così. Questo ha influito sul suo modo di raccontare una vicenda ambientata durante il Secondo conflitto mondiale?
“Sì, inevitabilmente. Non è cambiata la prospettiva storica, ma quella del lettore. Oggi sappiamo che la guerra non appartiene al passato e questo rende più immediati temi come la paura, le scelte morali, la violenza sui civili e la fragilità della pace. Ho cercato però di evitare qualsiasi attualizzazione forzata: il mio compito resta raccontare con rigore il passato, lasciando che siano i lettori a coglierne le risonanze con il presente.

E ora? Qualcosa di diverso oppure Bora si sta per rimettere in marcia?
“Per me la scrittura è sempre un alternarsi di progetti. Ci sono idee che non riguardano Bora e che meritano attenzione, ma devo ammettere che Martin è un personaggio che non smette di accompagnarmi. Infatti, sono già al lavoro sul prossimo romanzo, che sarà una continuazione diretta de Lo specchio del pellegrino. Dopodiché ce ne sarà almeno uno ambientato a Lipsia nell’aprile del 1945”.

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