Il ghetto di Roma, una storia italiana
La storica Serena Di Nepi ricostruisce le vicende della comunità ebraica romanaPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Quando si parla del ghetto di Roma immediatamente vengono in mente i rastrellamenti effettuati dai nazisti il 16 ottobre 1943, rastrellamenti che portarono alla cattura e alla deportazione di oltre mille ebrei romani. Un evento drammatico, che ha lasciato una ferita profonda nella comunità ebraica romana e che persiste, giustamente, nella nostra memoria. Eppure, in quel tragico ottobre del 1943 il ghetto vero e proprio non esisteva più da oltre settant’anni, da quel 1870 in cui venne “smantellato” con la fine del potere temporale del papa e l’annessione di Roma al regno d’Italia.
Prima di quel fatidico 1870 le cose per la comunità ebraica di Roma – ma il discorso si potrebbe allargare a mezza Europa - erano state però molto diverse e segnate da una esperienza ben precisa: il ghetto, un’area di emarginazione e segregazione degli ebrei, riservata ad essi soltanto, un’area di costrizione permanente prevista per legge. Una zona caratterizzata dall’isolamento attraverso una barriera fisica in cui si aprivano soltanto ingressi controllati nelle ore diurne e bloccati in quelle notturne, durante le quali sussisteva per i residenti un divieto di uscita. Il ghetto, così come venne concepito a partire dalla metà del XVI secolo e fino al XIX, era quindi una istituzione dalle caratteristiche ben precise, normato a partire dalla bolla Cum nimis absurdum di papa Paolo IV (1555) con la quale venne costituito il ghetto di Roma appunto.
Ma cosa significava vivere in un luogo di esclusione e di emarginazione quale era il ghetto? Ce lo spiega la storica Serena Di Nepi nel suo Il ghetto di Roma (Carocci, 2026, pp. 176), volume che traccia il profilo della comunità ebraica romana attraverso i grandi eventi storici di questi tre secoli, dalle guerre d’Italia alla Riforma, all’Illuminismo e al Risorgimento. Nel trascorrere di questi tre secoli il ghetto subì alcuni cambiamenti, ma mantenne inalterate alcune sue caratteristiche di mezzo di coercizione e di discriminazione istituzionalizzato. Era, il ghetto, la cristallizzazione del controllo che da secoli la Chiesa esercitava sulle comunità ebraiche, la creazione di un luogo artificiale dove trattenere gli ebrei in attesa della loro conversione ed entro cui esercitare mezzi coercitivi e punitivi tali da favorire e accelerare la conversione stessa. Era, in estrema sintesi, uno “strumento” punitivo che veniva imposto agli ebrei, li costringeva ad abbandonare le proprie case, le proprie città e relazioni. Era l’espressione più evidente di un sistema che imponeva la vendita di proprietà, l’abbandono di botteghe e mestieri per concentrarsi in un unico spazio chiuso dove vivere in luoghi angusti e sovraffollati, perché anche se il numero degli abitanti cresceva lo spazio del ghetto rimaneva sempre uguale. Per questo le case erano alte, aggettanti su vie strette, divise in piani con soffitti bassissimi per sfruttare il più possibile gli spazi disponibili. Allo stesso tempo, nel corso dei decenni, gli abitanti dei ghetti, non potendo più svolgere alcune professioni o avere assidui rapporti con l’esterno, si impoverirono sempre di più. La vita degli ebrei in queste zone di segregazione era dominata da una incertezza di base dovuta alla precarietà dell’esistenza entro le mura del ghetto, tra sovraffollamento, pressione proselitistica e povertà crescente. Contemporaneamente, nel corso del tempo, si realizzò anche una crescente emarginazione culturale degli ebrei, dovuta alla perdita di gran parte dello scambio con l’esterno. Un ripiegamento che ebbe la sua testimonianza più evidente nel ghetto di Roma, quello maggiormente controllato dalla Chiesa e l’ultimo a essere smantellato nel 1870. Una testimonianza che parla di miseria, arretratezza e passività che colpirà tanti visitatori nell’Ottocento.
Nel volume Il ghetto di Roma emerge allo stesso tempo come in questo lungo lasso di tempo gli ebrei romani furono capaci di gestire discriminazioni, battesimi forzati, difficoltà economiche e, in larga maggioranza, di restare ebrei anche in condizioni difficili. Serena Di Nepi riallaccia quindi le fila delle vicende di un gruppo deciso a mantenere salda la propria differenza religiosa in una società ostile e persecutoria eppure, a suo modo, capace di accogliere una minoranza. E lo fa attraverso il racconto di viaggi, conflitti, incontri, protagonisti più e meno noti, oggetti preziosi e libri scomparsi. Con l’Unità, il ghetto fu smantellato proprio perché icona di un’epoca di intolleranza, che si riteneva ormai conclusa e che, però, restava e resta incisa nella memoria degli ebrei di Roma, che ancora oggi considerano il quartiere uno spazio peculiare e significativo delle loro vite.
