Il coraggio più puro, più vero è quello che si “muove” in silenzio, spinto dalla spontaneità e dalla generosità. È un coraggio che sgorga naturalmente dall’anima e che si dipana in gesti quotidiani e in sentimenti come la fedeltà, il rispetto, la cura. A dimostracelo è l’ultimo lavoro di Emilio Jona intitolato Quattro donne (Neri Pozza, 2026, pp. 144, anche e-book).

Il libro prende le mosse nel 1943 quando i membri della famiglia Jona comprendono che la parvenza di normalità che hanno finora cercato di mantenere rischia di metterli in pericolo. Decidono di entrare in clandestinità; ma non possono farcela da soli. Fidarsi può risultare fatale e i Jona non possono contare che su di un manipolo di persone. Saranno quattro donne a dimostrare loro una fedeltà e un coraggio tali da renderne imperituro il ricordo.

Cecilia è arrivata dal Veneto per occuparsi del più piccolo di casa, Cianino. Quel lavoro per lei è vita, ma al putel, come usa chiamarlo, si è affezionata come fosse suo figlio. E da madre si comporta, mentendo e dissimulando pur di metterlo in salvo. Teresa, casalinga, e il marito Fiorenzo, professore di lettere, sono invece i salvatori di Giulio, che nascondono nella loro casa modesta ma allegra. Per il bambino quelli trascorsi con loro sono giorni lieti in un tempo di drammatici abbandoni, finché un delatore rovinerà ogni cosa. Marì, sguardo schietto, voce ferma, dal canto suo si prende cura di Emilio. Lo nasconde in montagna, raccontando poco di sé, della sua infanzia in Brasile proseguita in quella valle ruvida e remota a cui lei tanto somiglia. L’ultima, ma non per importanza, è Delfina, l’impiegata dello studio dell’avvocato Jona che, caricatasi sulle giovani spalle il peso di quella famiglia dispersa, tesse i fili di affetti lontani e li lega saldamente alla propria esistenza.

Quattro donne è inno etico e lirico assieme in cui vicende private – quelle della famiglia dell’autore durante l’ultima guerra - si fanno racconto universale.

La copertina del libro

A Emilio Jona chiediamo perché solo ora, a tanti anni di distanza dagli eventi raccontati, ha deciso di metterli su carta:

«Cesare Pavese diceva che lo stupore vero è fatto di memoria. E per me è stato effettivamente così: un cerchio chiuso nel tempo tra queste due parole. Ho tradotto gli echi del mondo della mia adolescenza molto presto, quasi contestualmente al loro succedere, negli anni ’50, con una raccolta di poesie Tempo di vivere nella prestigiosa collana mondadoriana dello Specchio, e in prosa in un romanzo Inverni alti, in un’esperienza cruciale della mia vita. E ci sono tornato oggi, nella vecchiaia più tarda, per raccontare altrimenti quel tempo, il più buio della storia del nostro Paese, attraverso la voce di quattro donne (e un uomo) che hanno salvato la mia famiglia dalla condanna a morte decretata loro dai nazisti e dai fascisti. È stato quindi prima di tutto un dovere morale e il senso di colpa per averle trascurate per settant’anni quello che mi ha spinto a celebrarle e a raccontare la loro storia. La ricostruzione della loro vita è avvenuta originariamente attraverso testimonianze e documenti che sono serviti ad accoglierle tra i giusti delle nazioni al Yad Vashem di Gerusalemme. E poi su di esse e sulla mia memoria personale ho costruito il romanzo».

Cosa unisce le quattro protagoniste del libro?

«Prima di tutto il loro essere femmine, in un tempo ancora prevalentemente maschilista, in cui esse erano destinate ad accudire, conservare, proteggere e procreare, ma insieme anche ad essere dalla parte della vita anziché della morte allora imperante. Sono tutte donne relativamente comuni, religiose, ma tutte provviste ciascuna per ragioni diverse di molto coraggio e di forte empatia».

In che modo queste donne guardano alla guerra e alla violenza che in certi momenti rischia di travolgere tutto?

«Esse si oppongono, consapevolmente ma con naturalezza, alle leggi spietate che dominavano quella guerra, assumendo dei rischi mortali, perché, se fossero state scoperte, sarebbero state messe a morte insieme alle persone che avevano nascosto e protetto».

Quali insegnamenti possiamo trarre da vicende come quelle narrate nel suo libro?

«Se dovessi trovare una morale da questa storia, anche se non è strettamente necessaria, la individuerei nella celebrazione della solidarietà e dell’empatia, in un tempo che era buio e cattivo. Un antico midrash della sapienza ebraica, dice che nel mondo in ogni generazione, ci sono 36 giusti che rimangono ignoti, ma sono coloro che lo sorreggono e lo salvano. Se così fosse, Cecilia, Teresa e Fiorenzo, Marì, Delfina ne farebbero parte».

C'è una delle quattro vicende a cui è personalmente più legato?

«Quanto al personaggio a cui mi sento più vicino, sono nella più totale incertezza, perché con tutti ho intrattenuto un rapporto intimo in questi due anni che ho loro dedicato. Se fossi costretto a scegliere, indicherei Delfina, con cui ho avuto l’incontro più pieno, ricco e duraturo. Delfina è stata la figura dominante ed essenziale per la sopravvivenza della famiglia Jona. Essa era curata e sanamente narcisa nel vestire ed accudire il proprio corpo, aveva un’affettività morbida e sensuale, una religiosità segreta vagamente eretica, e, fatto sicuramente non secondario, era entrata nei sogni dei miei vent’anni e nella profondità degli ultimi anni della vita di mio padre».

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