Ottant’anni fa l’Europa e il mondo intero vivevano il primo inverno di pace dopo il più violento conflitto della storia. Il termine delle ostilità tra le nazioni non aveva però segnato la fine dei problemi e delle tragedie. In molte zone d’Europa, infatti, la pace era solo un’illusione dato che erano in atto pulizie etniche ed espulsioni di intere comunità dalle loro terre d’origine. I tedeschi venivano scacciati da tutta l’Europa orientale ma anche in Ucraina, Jugoslavia e Grecia si combatteva ancora. Inoltre intere città erano distrutte, mancavano gli alloggi, il cibo e le medicine erano scarse e infuriavano le malattie. L’Europa postbellica era un continente selvaggio, tornato in molti casi al Medioevo. Era una terra senza legge e sull’orlo di nuove guerre tra i popoli per la sopravvivenza.

Eppure, le paure e le difficoltà di quei primi mesi dopo la guerra fecero germogliare un’epoca migliore rispetto a quella precedente. E questo poté accadere perché nulla era più forte delle speranze e della voglia di vivere delle persone. Nulla fu più forte di quel sentimento volto al bene che le persone seppero conservare anche nei periodi più buoi dell’avanzata nazista, quando il Male sembrava aver preso il sopravvento.

La copertina del libro

In quei mesi immediatamente successivi alla catastrofe della Seconda guerra mondiale poterono risuonare le parole –purtroppo quanto mai attuali – dello scrittore tedesco Ernst Wiechert oggi raccolte nel volume Dissotterrare l’amore (Bompiani, 2026, pp. 96, anche e-book), in uscita il 3 febbraio. Ma chi era Ernst Wiechert? Era un sopravvissuto al nazismo. Nel 1933 Ernst Wiechert decise di lasciare il suo lavoro al Provveditorato agli studi di Berlino perché come educatore non voleva essere responsabile della diffusione tra i giovani dei dettami del regime nazista. Finì sotto la lente d’ingrandimento della Gestapo e nel 1938 le sue posizioni antinaziste portarono a mesi di internamento nel campo di concentramento di Buchenwald.

Frutto di queste esperienze furono le parole pronunciate da Wiechert l’11 novembre 1945, in un teatro di Monaco. Fu uno dei primi discorsi pubblici in cui uno scrittore tedesco faceva apertamente i conti con i precedenti dodici anni di nazismo. Un discorso alla gioventù tedesca, ma pronunciato davanti a un uditorio variegato, disperato e smarrito. Quell’11 novembre 1945 nella sala del Kammerspiel di Monaco erano presenti ex membri della Gioventù hitleriana e soldati di ritorno dai campi di battaglia, cittadini e rifugiati colpiti dai bombardamenti, feriti e vedove di guerra, persone che si erano opposte al regime e fiancheggiatori del nazismo, donne e uomini per i quali la guerra mondiale persa, la sconfitta del regime nazionalsocialista e la capitolazione della Germania dell’8 maggio 1945 erano ancora qualcosa di vividissimo, doloroso e intollerabile. Wiechert pronunciò parole nette, inequivocabili su quello che era avvenuto negli anni successivi. Soprattutto fece un invito preciso: «Dovete dissotterrare l’amore di sotto alle rovine dell’odio. E dovete ancora dissotterrare la verità e la giustizia e la libertà». Le sue parole si rivolgevano a tutti, ma Wiechert pensava soprattutto ai giovani a cui era stata strappata la possibilità d’immaginare un futuro diverso, ma che pure incarnavano la principale speranza di rinascita dopo la catastrofe di quegli anni. Una speranza che poteva passare solo attraverso la presa di coscienza di quanto accaduto e la riscoperta di sentimenti troppo a lungo dimenticati. Dissotterrare l’amore mostra, infatti, come le uniche risposte alla distruzione devono essere la speranza, il perdono, e tutto ciò che di buono e giusto c’è nell’animo umano.

© Riproduzione riservata