Il bambino costretto a nascondersi
Una storia di emigrazione nella Svizzera degli anni SettantaPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Siamo nella Svizzera degli anni Sessanta del secolo scorso quando, a causa dell’allora vigente statuto sul lavoro stagionale, per molti lavoratori stranieri non era previsto il ricongiungimento con la famiglia e quindi molti di loro non avevano il diritto di portare con sé i loro bambini. Nel momento in cui si decideva di migrare era però per molti impossibile lasciare a casa i propri figli. Questa situazione costringeva le famiglie a tenere i bambini nascosti per evitare di essere espulse e perdere il lavoro. Le case dei lavoratori migranti, spesso piccolissime e disagevoli, diventavano tutto il mondo per questi piccoli, costretti a vivere come prigionieri.
Nel suo romanzo Nino. Il bambino nascosto (Töpffer edizioni, 2026, euro 18,00, pp. 254) il fotoreporter italiano, ma naturalizzato svizzero, Nicolino Sapio ci racconta proprio la storia di uno di questi figli di migranti e dà voce e memoria a una piaga storica ed etica che ha segnato il Novecento: la condizione dei figli dei lavoratori stagionali italiani in Svizzera. Il libro, infatti, rompe il silenzio su una delle pagine più drammatiche e dimenticate dell'emigrazione italiana: la storia dei “bambini invisibili” nell'Europa del secondo Novecento.
Come scrive proprio l’autore nella nota introduttiva al romanzo: «Lo scandalo dei bambini nascosti è una macchia nella storia delle migrazioni moderne, un capoverso doloroso che ha visto troppi figli costretti a vivere in condizioni inumane per la scelleratezza di leggi e freddi calcoli economici che nell'infanzia immigrata vedevano un peso o una minaccia».
Lo scrittore svizzero Max Frisch aveva avuto modo di pronunciare, a proposito dell'immigrazione in Svizzera del Dopoguerra, la famosa frase: «Abbiamo chiamato braccia e sono venuti uomini». E quegli uomini e quelle donne avevano affetti, famiglie, desideri, bisogni che Sapio riesce ad evocare con la sua narrazione riportandoci indietro di più di mezzo secolo, all’estate del 1971, nel paesino calabrese di Macchia. Qui il piccolo Nino trascorre le sue giornate tra giochi al fiume con i compagni e i misteri del mondo degli adulti. Quando il padre Franchino ottiene un contratto da stagionale a Zurigo, la madre Giulianella rifiuta di separare la famiglia e decide di seguirlo con il figlio.
Per il piccolo Nino ha inizio un viaggio drammatico: prima nascosto sulla cappelliera del treno per eludere i controlli di frontiera a Chiasso, poi chiuso dentro una valigia per attraversare la stazione di Zurigo, fino alla reclusione forzata in una mansarda di sedici metri quadri in Kleine Strasse. Costretto al silenzio, a camminare senza far scricchiolare il legno e a non affacciarsi mai alla finestra, senza scuola né amici, immerso nel costante terrore di essere scoperto e rimpatriato dalla polizia di frontiera, Nino incarna lo sguardo puro e ferito dei cosiddetti "bambini nell'armadio", i reclusi senza che mai fosse pronunciata una condanna diretta contro di loro.
E Nicolino Sapio costruisce attorno alla sua figura un romanzo fondamentale sulla memoria, sul calore degli affetti familiari e sul diritto inalienabile di ogni bambino ad avere un nome, un volto e una voce alla luce del sole.
Un romanzo che non vuole essere una denuncia circostanziata nei confronti delle politiche di un Paese, ma vuole essere una storia universale perché in ogni tempo, anche ora, in questo istante, ci sono bambini e bambine costretti per legge a essere invisibili, a vivere reclusi e sospesi tra speranza e paura.
